STORIA ED EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA - di Antonio Zoppetti

APOCALITTICI E INTEGRATI

Platone 
STARE DENTRO A UNA RIVOLUZIONE

Molti studiosi dei mass media, come Mc Luhan, Innis, Havelock, Ong e altri, individuano tre svolte fondamentali nella storia della comunicazione umana: 
- il passaggio da una cultura orale all'uso della scrittura; 
-
l'avvento della stampa; 
-
la rivoluzione elettrica che ha portato al telegrafo, alla televisione e al computer. 

Essi hanno poi posto l'accento sul fatto che i media influenzano largamente il modo di pensare degli uomini e, di conseguenza, le società. 
Ognuna di queste svolte è stata accompagnata da controversie tra fazioni di "apocalittici" e "integrati" per dirla con Umberto Eco.

Platone, per esempio, nel Fedro, per bocca del re Thamus tuonava contro il sopravvento della scrittura sulla parola: "la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi (...); e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti" (Platone, Fedro LIV, traduzione di Giovanni Reale, Rusconi, 1991). 
In realtà Platone ha scritto molti libri, e solo in questo modo il suo pensiero è giunto sino a noi. A meno di non voler credere che si contraddicesse affidando alla scrittura la difesa dell'oralità, è più probabile pensare che non disprezzasse la scrittura, ma la considerasse meno efficace della voce. 
L'avvento della scrittura, se segna una svolta storica importante, non ha tuttavia soppiantato e cancellato l'oralità e la voce - e come avrebbe potuto farlo? - ma si è aggiunta ad essa. Sembra banale fare questa precisazione, ma forse non è così.

Nel '400, come abbiamo già accennato, all'apparire dei primi libri stampati, c'era chi si vantava della sua biblioteca ben fornita di libri buoni, quelli copiati a mano con arte, niente a che vedere con quelli che uscivano dai torchi. Le resistenze basate sull'estetica del manoscritto rimasero vive per un certo tempo, tanto che gli "amanuensi che in un primo momento si erano visti copiare i loro testi dagli stampatori, sul finire del Quattrocento ricambiarono la cortesia copiando i loro manoscritti dai libri stampati" (Massimo Baldini Storia della comunicazione, Newton Compton, 1995, pag. 55). E di certo la lettura dei primi libri stampati doveva essere più difficoltosa rispetto a quella dei manoscritti e doveva risultare al lettore sgradita come per noi, oggi, la lettura a video risulta scomoda rispetto a quella su carta.

Mc Luhan e altri studiosi hanno dato un particolare rilievo alla rivoluzione della stampa, ponendo l'accento sul fatto che l'epoca gutenberghiana ha portato al Rinascimento, alla massima diffusione del libro in ogni strato sociale, alla moltiplicazione dei libri e, di conseguenza, delle idee. Prima dell'invenzione della stampa, le biblioteche degli studiosi contenevano pochi preziosi libri, che venivano letti, riletti e studiati quasi a memoria. I libri antichi erano considerati il deposito delle verità e il compito dello studioso era quello di comprenderli nel modo corretto. Le conoscenze scientifiche, le lezioni universitarie erano fondate su questi presupposti. Non c'era spazio per le nuove idee, se andavano contro il principio di autorità della Bibbia o dell'interpretazione che veniva data di Aristotele. Quando Galileo, portatore di una nuova concezione della scienza basata sull'esperienza e sulla matematica, puntava il cannocchiale nel cielo, dicendo che Aristotele, se avesse potuto vedere, gli avrebbe dato ragione, la chiesa e la scienza ufficiale non prendevano in considerazione questo strumento, evidentemente fallace, se portava alla negazione del principio di autorità. In gioco era una nuova concezione della cultura, della scienza e del modo di leggere e interpretare i libri. Questa nuova concezione probabilmente deve qualcosa all'invenzione della stampa. La diffusione e la moltiplicazione dei libri, infatti, doveva necessariamente portare a un cambiamento della lettura: davanti a tanti libri non si ha più il tempo di leggerli tutti approfonditamente e di impararli a memoria, bisogna selezionare, scegliere, trovare all'interno di ogni volume le parti che più ci interessano. 

La nascita della stampa non ha però impedito che gli uomini continuassero a scrivere a mano, con la penna. Non ha in nessun modo intaccato il modo di scrivere, ma soltanto quello di replicare i manoscritti, di diffonderli e di commercializzarli. 
E oggi, davanti alla rivoluzione dell'elettricità quali cambiamenti stanno per avvenire? In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato e cambieranno la nostra società e il nostro modo di pensare? 

Anche oggi, naturalmente, come in ogni epoca è successo davanti all'emergere di un'innovazione, assistiamo alle controversie tra apocalittici e integrati. Mc Luhan ha etichettato la nostra società contemporanea come un ritorno all'oralità antica, una restaurazione della voce attraverso l'era del telefono e della televisione che caratterizzano il villaggio globale in cui viviamo. Altri annunciano la fine dell'era di Gutenberg e compiangono la morte del libro davanti alla nuova civiltà dell'immagine. Nicholas Negroponte annuncia la venuta dell'era della post-informazione, nella quale al posto degli atomi ci sono i bit, mentre il mondo materiale, lo spazio e il tempo stanno per venire superati dall'immaterialità e dalla virtualità dei mondi generati dal computer.

Sull'altro versante, davanti al timore della morte del libro, si ergono le accuse di quanti imputano alle nuove tecnologie e alla televisione conseguenze nefaste che portano a un nuovo analfabetismo di massa, alla perdita delle capacità di critica e di astrazione, di cui le nuove generazioni costituirebbero il primo sintomo preoccupante.

Evitando misoneismo e futurologia, cerchiamo di riflettere serenamente sulle nuove tecnologie e sulla loro storia. Cerchiamo di capire quali nuovi elementi ci offrono e riflettiamo su come si potrebbero utilizzare, senza confondere i nuovi strumenti con l'uso, giusto o sbagliato che ne è derivato o ne può derivare. 


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