|
Introduzione alla filosofia - di Ernesto Riva |
Gian
Battista Vico
(1688-1744) Pensatore solitario, legato alla tradizione umanistico-erudita secentesca da un lato e, dall’altro, profondo conoscitore della grande filosofia europea (Cartesio, Hobbes, Gassendi ecc.), Vico rappresenta ancora oggi un caso assai complesso e non sufficientemente chiarito nella storia delle idee. Letto a lungo in chiave storicistica e neoidealistica (Benedetto Croce fu in un certo senso il suo "scopritore"), il pensiero vichiano mostra spunti originali e fecondi che lo rendono tuttora attualissimo. La critica agli studi del tempo Per cogliere subito la sua notevole originalità, ricorderei un’operetta del 1708, De nostri temporis studiorum ratione (che potremmo tradurre Il metodo degli studi del nostro tempo). Esteriormente lo scritto si presenta come un’indagine relativa alla più appropriata organizzazione teorico-pratica che conviene dare agli studi. Vico polemizza ad esempio contro un insegnamento prematuro delle discipline logiche, che andrebbero invece studiate per ultime; sottolinea la necessità di riservare un trattamento adeguato non solo alla conoscenza del vero ma anche a quella del verosimile; rivendica la necessità di inserire e valorizzare, in un adeguato curriculum di studi, le discipline umanistiche, da quelle retorico-letterarie a quelle etico-politiche. Non esita inoltre a prendere posizione riguardo l’orientamento filosofico-scientifico emerso dalla grande rivoluzione intellettuale del secolo 17°. La principale preoccupazione del Vico è connessa al fatto che il nuovo indirizzo teorico, promosso dalla Rivoluzione scientifica, si autoassolutizzi: Vico teme insomma che il nuovo metodo scientifico voglia proporsi come l’unico metodo giusto e non solo come un metodo, valido in certi ambiti così come lo sono, in altri, altri metodi. Con molta acutezza egli coglie alla base di quella concezione anche una concezione ontologica: una concezione che fisicalizza unilateralmente tutta la realtà; una concezione che presume di sapere come è, oggettivamente, fatta la realtà. Ciò che Vico coglie è il rischio di riduzionismo insito nel matematismo e nel fisicalismo a lui contemporanei. Una cultura che assumesse come unico paradigma per ciò che ha valore quello della scienza fisicalmente costituita, finirebbe inevitabilmente per trascurare molti ambiti delle conoscenze umane. E Vico sottolinea appunto, accanto alle discipline fisico-matematiche e naturali, l’esistenza di quelle scienze che, a partire dalla fine del 1600, qualcuno aveva cominciato a denominate, in Francia, "scienze umane" (psicologia, sociologia, letteratura, politica ecc.). Vico insiste sull’esistenza di categorie, procedure, criteri, metodi "diversi" da quelli utilizzati nelle scienze della natura eppure dotati di una loro validità e scientificità. Il verum factum La seconda tappa ideale dell’itinerario filosofico vichiano è costituita dallo scritto De antiquissima italorum sapientia (Sull’antichissima sapienza degli Italici). Essa contiene la celebre teoria del vero-fatto (verum factum). Secondo Vico, si possono conoscere veramente solo le cose che si fanno. Quindi la natura può essere conosciuta compiutamente soltanto da Dio che ne è l’artefice e creatore. Il principio secondo cui si conosce veramente solo ciò che si fa,era ben presente, fra gli altri, in Gassendi, Mersenne e Hobbes. Ma in Vico c’è la sempre crescente esigenza di valorizzare l’uomo, sia come soggetto di conoscenza vera, sia come oggetto di un sapere diverso da quello delle scienze naturali. La scienza nuova Ed arriviamo con ciò al capolavoro vichiano, la Scienza nuova. Già dal titolo, si può notare che Vico vuole delineare un’opera scientifica; si propone infatti di gettare le basi di una nuova disciplina o, se si preferisce, di una nuova indagine cognitiva, organizzata intorno ad un determinato oggetto, che è poi il mondo umano, la storia. Inoltre Vico concepisce la propria opera come uno strumento che punta a traguardi non solo cognitivi : la conoscenza si intreccia con un impegno pragmatico. Sapere per fare, sapere per trasformare e migliorare l’esistenza e la società : ecco l’impegno di Vico. Ciò che in concreto Vico si propone di realizzare è una grandiosa ricognizione storica alla ricerca della possibile esistenza di denominatori comuni a tutte le società; se risulterà positiva, tale ricerca permetterà di cogliere i fondamenti più generali dell’essere e dell’agire dell’uomo, offrendo all’uomo un sapere di evidente rilievo, non solo teorico ma anche pratico. I principi teorici più originali sono tre : 1) i fenomeni umani nascono e si svolgono nel divenire storico; 2) vi è uno stretto rapporto fra la dimensione psicologico-individuale e la dimensione sociale e civile dell’uomo; 3) vi è una logica delle azioni umane che consente di confrontarle e di ricavarne – se ci sono – delle leggi generali. L’uomo è per Vico fondamentalmente uno. I suoi atti non possono non possedere delle precise matrici e referenti mentali; e se l’accadere storico-sociale è teatro di gesta umane, esso dovrà avere certo un gioco di cause e, insieme, di effetti, anche in sede psicologica. L’uomo vichiano è anzitutto un essere attivo e dinamico; in secondo luogo, è un essere animato non solo dalla ragione ma anche da forti affetti. Paura, bisogno, affetto, desiderio sono alcune delle molle dell’agire umano su cui Vico insiste di più. Se gli individui si aggregano in gruppi e nazioni, lo fanno per motivi di utilità e convenienza (anche senza negare una innata socievolezza). A questa interpretazione Vico giustappone anche una componente teorica di ascendenza cristiana : la Provvidenza. E’ essa che instilla negli uomini certe esigenze (l’insieme di ideali – giustizia, bontà, sacralità della vita ecc. – verso cui gli uomini sin dai primordi hanno orientato la loro condotta), è lei che li aiuta a compiere il salto dallo stato naturale allo stato sociale. La religione è per Vico una delle esperienze primarie, sia singolo che associato; è uno dei fattori di cui non si può non tenere conto in un’analisi antropologico-sociale che si voglia scientifica. Linguaggio, mito e poesia. Una sensibilità ancora maggiore è manifestata da Vico a proposito del linguaggio e della poesia. Vico ha capito come pochi altri la decisiva importanza della funzione linguistica dell’uomo. Il linguaggio è concepito come una delle espressioni più caratteristiche e preziose dell’uomo. Le società e le culture non sarebbero pensabili senza il medium linguistico. In tale contesto, merita un cenno la concezione vichiana della poesia. Oltre che un valore in sé, la poesia gli appare come un ben preciso tipo di comunicazione espressiva: la comunicazione legata ad una fase dell’evoluzione umana (sia dell’individuo che della società), caratterizzata dal predominio della sensibilità. Vico è persuaso che "gli uomini prima sentono senza avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturabato e commosso", e dunque sottolinea la creatività, l’originalità, la alogicità e l’autonomia della poesia rispetto alla ragione e alle sue espressioni. Essa è così la forma di espressione collettiva dei nostri antenati. In tale ambito si colloca la nota tesi del Vico, secondo cui la poesia di Omero non fu opera di un singolo poeta, bensì voce ed espressione collettiva di tutto il popolo greco. Uguale valore Vico riconosce ai miti. Essi non sono, come pretendeva Voltaire, dei vaneggiamenti, bensì espressioni di verità per immagini. Sono state le uniche forme che consentivano ai primitivi di pensare e di tramandare le loro esperienze. Ed anch’esse sono autonome : Vico sostiene che ogni stadio della nostra storia ha la sua "logica" e il suo fascino, e non è legittimo considerarlo in funzione dello stadio successivo. Le età della storia E così pure, per quanto riguarda il singolo individuo, Vico sostiene che i caratteri psicologici e le attività dell’individuo sono comprensibili in rapporto alle diverse età dell’individuo stesso. La sensibilità immediata e ingenua è connessa con la fanciullezza, tutta sensi e fantasia; la passionalità è tipica della giovinezza; la razionalità riflessiva è propria della maturità. Il fanciullo, così, viene considerato come un essere dotato di peculiarità sue proprie, che vanno esaminate a sé: la sensibilità, l’immaginazione, la fantasia sono forme psichiche dotate di una loro piena autosufficienza, di prerogative e di funzioni ricche di un loro valore intrinseco e irriducibile. Anche nell’evoluzione storica dell’umanità vi sono tre tappe corrispondenti all’infanzia, alla giovinezza e alla maturità. Vico chiama queste tre fasi l’età degli dèi, l’età degli eroi, l’età degli uomini. Nella prima età, il prevalere dei sensi e della fantasia produsse una forma di convivenza fondata sul culto e sulla centralità delle credenze religiose : vi furono governi teocratici o repubbliche monastiche, che crearono una legislazione o diritto divino, nel senso che le leggi venivano imposte come espressioni della volontà degli dèi. Nella seconda età, col predominio della fantasia, viene elaborato il diritto eroico, fondato cioè sulla forza, sull’autorità, non discussa né discutibile. E’ l’età delle grandi inimicizie tra i popoli primitivi, i quali, raggiungendo una certa coesione interna, rovesciavano all’esterno tutto il loro potenziale distruttivo. Nella terza età, infine, vi è il primato della ragione "tutta spiegata". Il compendio di questo laborioso periodo è rappresentato dalla polis greca e dalla filosofia di Platone. E’ questa l’età in cui gli uomini pervengono alla coscienza critica di quella saggezza solo intravista nelle età precedenti. Il merito di Vico è stato quello di aver concepito la storia come una vicenda caratterizzata da una sua intrinseca razionalità : si tratta di cogliere le norme e le leggi di quel grandioso e non rettilineo cammino che è oil cammino storico delle nazioni. E’ come se, per trovare il senso degli eventi particolari, Vico invitasse a guardare al di là di tali fatti, per cogliere dentro la storia un’altra storia invisibile : quella delle ragioni e dei fini più profondi. E’ quella che Vico chiama la storia ideale eterna, e che è il segreto delle vicende storiche dell’umanità. Gli uomini infatti, pur essendo dei "bestioni", sono diventati successivamente sempre più umani. Come spiegare questo fatto se non con un intervento della Provvidenza, la quale agisce negli uomini attraverso un progetto ideale che non è opera degli uomini né frutto della storia. Gli ideali di giustizia, bontà, verità si realizzano o no nella storia, vengono proposti o traditi, ma non sono né in balia degli uomini né della storia. E’ questo il veicolo di comunicazione degli uomini con Dio, il ponte fra il trascendente e lo storico. Il senso della storia è, per Vico, nella storia e, nello stesso tempo, fuori di essa: infatti gli effetti delle azioni vanno sempre oltre l’intenzionalità specifica degli uomini; l’uomo fa più di quanto sa e spesso non sa quello che fa. Corsi e ricorsi La storia è caratterizzata, secondo Vico, da un andamento progressivo. Ma per Vico non è progressivo nel senso che tutto quello che viene dopo sia migliore di quello che viene prima, ma solo nel senso che la storia procede in un modo non meccanico né uniforme verso l’idealità. Secondo Vico, ogni civiltà ha un suo corso fondamentalmente progressivo, il quale, giunto al suo apice, si arresta ed entra in crisi. Principi e stili di vita si indeboliscono e si corrompono. Davanti ad una umanità incapace di crescere e di rinnovarsi, si profila la drammatica prospettiva in quella che Vico chiama la barbarie seconda, che è un regresso (=un ricorso), nel quale si riproducono in larga misura le forme di vita e di comportamento proprie dell’età primitiva. La storia, dunque, per Vico, non è uno sviluppo unilineare, dove non c’è errore, male o decadenza; non è una galoppata senza involuzioni; né la ragione è destinata per forza a trionfare. La dottrina vichiana è così un severo monito rivolto a chi inclina verso una visione troppo ottimistica dell’umanità e del suo cammino. In effetti, nulla è più estraneo a Vico di quella ideologia del progresso sicuro e garantito che ispirerà una parte della filosofia della storia nell’età dell’Illuminismo e ancor più in quella del Positivismo. |
|
Copyright (C) 2000 Linguaggio Globale - Zopper di Antonio Zoppetti |