Introduzione alla filosofia - di Ernesto Riva

Seneca

 
Seneca: vita e opere 

Lucio Anneo Seneca (Cordova, 5/1 a.C. - Roma, 65 d.C.) nacque in Spagna, a Cordova, da una famiglia che aveva il nome gentilizio appunto di Anneo. Fu il secondo di tre figli. Il padre, che si chiamava pure Anneo Seneca, era un ricco possidente, di rango equestre, grande amante e cultore dell’oratoria. Fu un uomo di severi costumi e molto amato dai figli. La madre Elvia, di ricca famiglia, era molto più giovane del marito. Per volontà del padre, Seneca e i suoi fratelli ricevettero in Roma un’accurata educazione sotto la guida del neopitagorico Sozione e degli stoici Papirio e Attalo. Seneca ebbe una salute molto cagionevole. In particolare, ebbe affezioni ai bronchi e alle vie respiratorie. Per curarsi, soggiornò alcuni anni in Egitto, il cui clima sembra che gli abbia molto giovato. Intraprese quindi la carriera forense e nel giro di pochi anni diventò senatore. I successi forensi e oratori gli procurarono fama e ammirazione nel gran mondo della capitale, ma furono anche causa delle prime disgrazie. Nel 41 d.C., coinvolto in una accusa di adulterio a causa di Giulia Livilla, sorella di Caligola, venne relegato dall’imperatore Claudio in Corsica. In realtà, promotrice dell’accusa e del processo fu Messalina, consorte di Claudio, perché riteneva Giulia Livilla, sorella di Caligola e moglie di Vinicio, donna troppo bella e intraprendente, e quindi pericolosa al punto da ritenere opportuno di eliminarla. L’accusa mossale fu appunto quella di adulterio (Giulia si recava molto spesso da Claudio e restava sola con lui), e nell’accusa venne coinvolto lo stesso Seneca, il quale avrebbe, in un certo senso, favorito la relazione. Comunque il forzato distacco dalla società romana gli pesò tanto che si abbassò a meschine adulazioni per ottenere il ritorno. Ma soltanto dopo otto anni (49 d.C.) poté rientrare a Roma, quando Agrippina, la nuova moglie di Claudio, lo fece richiamare per affidargli l’educazione del figlio Domizio Nerone. Quando poi Nerone divenne imperatore (nel 54 d.C. a soli sedici anni!), Seneca gli rimase accanto in qualità di consigliere. Però la crescente pretesa di Agrippina di intervenire nella direzione del governo e il risentimento del figlio crearono una situazione insostenibile, che si risolse nel matricidio. Seneca vi ebbe forse la sua parte, anche se non si sa bene quale. Ciò nonostante la sua posizione presso Nerone si indebolì sempre più, ed egli si trasse in disparte dedicandosi alla filosofia per alcuni anni (62-65 d.C., durante i quali compose le Questioni naturali, La provvidenza, le Lettere a Lucilio). Accusato però di aver partecipato alla congiura contro Nerone capeggiata da Calpurnio Pisone (probabilmente Seneca non fu neppure un attivo cospiratore della congiura ma ne fu solo informato) gli fu ordinato di uccidersi dallo stesso imperatore (a Nerone bastò la denuncia di un traditore che rivelò i nomi dei complici e fra questi citò anche Seneca) e Seneca si tolse la vita nel 65.d.C. Con lui voleva togliersi la vita anche la moglie Paolina ma, informato di questo, Nerone volle che Paolina si salvasse, per le evidenti conseguenze negative che questo avrebbe provocato nell’opinione pubblica. Tacito negli Annali ci ha lasciato una celebre pagina che descrive la morte di Seneca (cfr. XV, 62-64). Della sua molteplice attività letteraria, ci sono rimaste soprattutto le opere filosofiche, drammatiche e scientifiche. I Dialoghi; le tre Consolazioni (a Marcia, Polibio, Elvia); le Lettere a Lucilio; le Questioni naturali, alcune tragedie ecc. 

Seneca: il pensiero

L’universo

Nelle Questioni naturali Seneca rivela una originalità notevole rispetto al pensiero stoico, nel quale in genere lo si inquadra. Le Questioni naturali non sono neppure prive di qualche intuizione geniale (Seneca ad es. indovina che le comete potrebbero essere astri dotati di orbite regolari come quelle dei pianeti, cfr. VII, 22-23) ma quello che è notevole è il quadro cosmologico ormai lontano dall’immagine dell’universo stoico tradizionale. È ammesso un Dio trascendente che compare a momenti oltre l’universo fisico, dominato tuttavia ancora da una prevalenza dell’ordine, mentre il mondo umano appare completamente in balia del disordine e della irrazionalità. In questo universo non vi è più la provvidenza stoica e a volte nemmeno l’ordine naturale è più una certezza: nelle pagine dedicate al diluvio, la natura, che già non era più il divino agente provvidente degli stoici, non è nemmeno il regno dell’ordine e della regolarità, pur sempre ispirati dal governo divino; diventa la natura matrigna e nemica degli epicurei e di Lucrezio. 


La morale
Il pensiero stoico permane invece sullo sfondo delle idee di Seneca. Il punto focale del pensiero morale di Seneca consiste nella precisa determinazione concettuale di ciò che è bene e di ciò che è male secondo i canoni della Stoa. Bene è ciò che conserva e incrementa il nostro essere, male è ciò che lo danneggia. Dunque la filosofia si impone come terapia dei mali dell’anima, Senza la filosofia l’animo è malato. “Solo la filosofia può svegliarci, dice Seneca, essa soltanto può riscuoterci dal nostro sonno profondo: consacrati tutto a lei” (Lettere, 53,8). Questo modo di filosofare che mirava all’essenzialità e alla chiarezza, implica una precisa presa di posizione contro due tendenze: in primo luogo contro ogni forma di indagine mirante alla pura erudizione, alla mera ricerca di dati e nozioni; in secondo luogo, contro i problemi teorici sempre più sottili cui si dedicavano non pochi professori di filosofia. La verità, secondo Seneca, può e deve essere espressa con chiarezza e semplicità. 
Ora, poiché l'uomo si distingue dagli altri esseri per la natura razionale del suo animo, si dovrà distinguere ciò che in lui conserva e incrementa il suo essere animale e ciò che invece conserva e incrementa il suo essere razionale, il suo logos. Dunque i veri beni sono solo i beni morali, quelli che fanno buono l'uomo e che lo rendono virtuoso. Bene è per l'uomo solo la virtù, male è il vizio. In breve, la virtù di ciascuna cosa consiste nell'essere perfetta in ciò che ontologicamente la caratterizza. Va lodato colui che possiede l'unico vero bene dell'uomo,che è la virtù morale, e non chi possiede ricchezza o nobiltà di nascita o potere. Fra i beni e i mali, ossia fra la virtù e il vizio, stanno molteplici cose. Tutte le cose che riguardano
il corpo e la vita fisica e ciò che è ad essi connesso (vita, salute, piacere, bellezza, forza, infermità, povertà, bruttezza ecc.) non giovano né nuocciono all'anima razionale e per questo vengono considerate moralmente indifferenti. Ma è evidente che alcune cose moralmente indifferenti saranno preferibili e altre non preferibili. Il vero bene, ossia la virtù, riguarda ciò che sei (la tua essenza di uomo), i preferibili riguardano invece ciò che tu hai(le cose che ti appartengono e chi ti riguardano solo dal di fuori). Tutti i mali, le angosce e le lotte degli uomini rientrano sempre e solo nella sfera dei preferibili e mai nella sfera della virtù: ai primi si riferiscono tutte le illusioni di felicità, e quindi l'infelicità; alla seconda la vera e autentica felicità. I grandi mali non stanno tanto nelle cose quanto nella valutazione sbagliata che noi diamo di esse. 
Esiste per l'uomo la felicità? Sì, vivere felici equivale a vivere secondo natura e vivere secondo natura è vivere secondo la verità che la ragione coglie, e quindi è vivere nella dimensione del Logos. La felicità è armonia interiore, armonia dell'uomo con sé,con le cose del mondo e col divino. La felicità non è ciò che consegue alla virtù, ma la virtù in sé e per sé. La virtù è autosufficiente in tutti i sensi. L'uomo felice è artefice della propria vita, in quanto non si lascia mai vincere né condizionare dalle cose esteriori, perché punta su se stesso e sulle proprie capacità, pronto ad accettare tutti i risultati che conseguono dalle sue azioni. La vera libertà del saggio consiste nell'uniformare i propri voleri con quelli del Destino, ossia nel volere ciò che vuole il Destino stesso. E se il Destino è lo stesso Logos divino, è volere ciò che vuole la ragione. Tutto è come deve essere e come è bene che sia. Tutto ciò che esiste, esiste nel migliore dei modi; in questo senso, il Fato viene a coincidere con la Provvidenza. Noi non possiamo cambiare la quasi totalità delle cose che ci circondano; però possiamo cambiare il nostro animo: se noi volessimo, potremmo sopportare con coraggio tutto ciò che ci capita, e questo significherebbe mettersi in armonia con la natura. "Il fato guida chi segue, trascina chi recalcitra" (Lettere, 107,8-11). 
L'analisi psicologica porta Seneca a dare un rilievo al concetto di coscienza che non si riscontra in nessuno dei filosofi a lui precedenti, né greci né romani. L'animo deve essere chiamato quotidianamente a rendere conto di ciò che si è fatto nel corso della giornata; così facendo, dovendosi presentare tutti i giorni davanti ad un severo giudice, i vizi, se non cesseranno, per lo meno si modereranno. Dopo che l'animo ha approvato o ammonito se stesso, può dormire, così liberatosi, sonni tranquilli. La coscienza è l'interiore consapevolezza del bene e del male, che è una connotazione essenziale dell'uomo in quanto uomo. Pertanto il malvagio, anche se può sfuggire alle punizioni della legge, non può sfuggire alla sua coscienza che gli infligge la pena del rimorso e della paura. Questo concetto così ben delineato della coscienza come sentimento interiore del bene e del male e giudice dell'agire morale dell'uomo rientra nel quadro categoriale del Medioplatonismo. Il Medioplatonismo ha influssi ancora più marcati nella concezione che Seneca presenta della natura dell’uomo, come anima e corpo fra loro non solo differenti ma, per certi aspetti, in vera e propria antitesi. Il corpo è un albergo in cui l’anima soggiorna per poco; è un peso e una pena per l’animo. 
Se la virtù è la perfetta attuazione della ragione, poiché la perfetta attuazione della ragione non può avere luogo se non mediante la conoscenza, la virtù verrà a identificarsi con la conoscenza. E' stato Seneca a rompere lo schema dell'intellettualismo ellenico introducendo il concetto di voluntas. Il termine latino voluntas non ha un corrispettivo nella lingua greca,ma esprime un'esperienza etica nuova e di differente calibratura. La volontà non è un fatto dell'intelletto. La volontà del bene prorompe dalle profondità dell'anima e occorre un assiduo lavoro perché essa pervenga ad una chiara visione del fine e si tramuti in buona intenzione. Né da sola basta; soltanto con la scienza del bene diviene possibile, nella sua forma più elevata e più pura, la volontà. Mentre l'antica Stoa divideva gli uomini fra saggi e stolti, Seneca li divide nella nuova ottica della volontà, ossia quelli che hanno buona volontà e 
quelli che hanno cattiva volontà. La volontà è posta all'origine dello sforzo di perfezionamento morale e del cammino verso la virtù. “che cosa ti occorre per essere buono? Volere” (cfr. Epistole, 80,4). 
Un altro pensiero che differenzia Seneca dalla Stoa, e in larga misura da tutto il pensiero greco, consiste nella convinzione che non esiste uomo senza peccato,senza colpa. L'uomo è, proprio in quanto tale, un peccatore. "Nessuno di noi è senza colpa!" (L'ira,II 28,1-4; cfr., anche La clemenza, III 4, 1-4). Questa forte concezione dell'uomo peccatore è strettamente connessa al concetto di voluntas. Solo se si fa dipendere il peccato dalla volontà, e se si concepisce il peccato non più come un semplice errore di conoscenza, ma qualcosa di molto più complesso, si può spiegare come, pur conoscendo il bene, l'uomo possa peccare, appunto perché la volontà risponde a sollecitazioni che non sono solamente quelle della conoscenza. 
Seneca è stato, fra gli Stoici, il più accanito avversario dell'istituzione della schiavitù. Non ha fondamenti oggettivi la distinzione sociale fra nobili e non nobili: il vero nobile è solamente colui che è reso tale dalla saggezza e dalla virtù. Ma la virtù è a disposizione di tutti. Infatti la nobiltà e la schiavitù sociali dipendono dalla fortuna. All'origine tutti gli uomini erano uguali.
L'elevato concetto di Dio (Seneca ha una concezione oscillante tra il panteismo delle Lettere e una divinità trascendente nelle Questioni naturali) e dell'uomo e altri spunti (il peccato o colpa, l'uguaglianza tra gli uomini) hanno fatto sorgere la leggenda dei rapporti tra san Paolo e Seneca e, in proposito, è stato fatto circolare addirittura un epistolario apocrifo fra i due. Ma come da tempo è stato rilevato, fra il messaggio di Seneca e quello cristiano c'è una differenza di fondo: per il cristiano è Dio che salva l'uomo mentre per Seneca resta ancora l’uomo che salva se stesso. A questo punto bisogna comprendere nella giusta maniera la ripetuta affermazione di Seneca di indipendenza dalla Stoa e dal vincolo dei maestri. Certo, serve seguire la strada aperta dai maestri ma se, procedendo, se ne trova nuova, bisogna cercare di spianarla, per arrivare a quella verità che resta sempre aperta (Lettere, 33,10-11). Dunque ciò che Seneca mette in atto è una rottura delle chiusure di Scuola, un'evidenziazione di quei beni comuni che chi ricerca la verità ha a disposizione, da qualsiasi parte provengano, perché, mentre la scuola è per vari aspetti chiusa, la verità è aperta a tutti coloro che la cercano. Anzi il messaggio conclusivo di Seneca è: va desiderato e cercato solo ciò che è importante e va invece lasciato da parte tutto ciò che agli uomini appare importante ma non lo è. 


Bibliografia 

Seneca, Tutti gli scritti filosofici, Rusconi 
Seneca, Le tragedie, “I millenni” Einaudi 



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