Introduzione alla filosofia - di Ernesto Riva

Parmenide di Elea

Rovine  greche
Parmenide di Elea

Parmenide di Elea (fine del 6° sec. a.C.) occupa una posizione centrale, insieme ad Eraclito, tra i filosofi presocratici. Egli scrisse un poema denominato genericamente Sulla natura di cui possediamo 154 versi. In esso Parmenide parla di diverse vie per attingere alla verità. La via della verità è tracciata dal principio che dice: l’essere è e non può non essere. Se l’essere è, non può essere generato, né andare distrutto, perché altrimenti prima di essere generato e dopo essere distrutto, non sarebbe, e affermare che l’essere non è, è proibito dalla verità. Quindi l’essere è immutabile ed eterno e la Giustizia proibisce che in qualsiasi modo divenga. L’essere è dunque ciò che è identico in ogni cosa che è; è ciò che opponendosi al nulla, esprime il significato supremo dell’opposizione e, per effetto dell’opposizione, si costituisce come unità. Si tratta di una unità che non ospita né il divenire delle cose, né la loro molteplicità. Dire infatti che una cosa diviene significa dire che passa dall’essere al non-essere, e quindi significa affermare che il non-essere è. La convinzione che il divenire e il molteplice esistono è l’opinione illusoria (doxa) dei mortali, da cui la dea, che invita a percorrere il sentiero del giorno, la via della verità, tiene lontani. L’essere di Parmenide è indifferenziato, indeterminato, semplice e puro, mentre il mondo che ci sta dinanzi nella sua incessante mutazione e varietà è doxa, ossia apparenza illusoria in cui i mortali pongono fiducia. Con Parmenide la filosofia si presenta come sfida al comune modo di pensare degli uomini e, contrapponendo la via della verità (aletheia) alla verità dell’opinione (doxa) apre quella antitesi fra ragione ed esperienza che altri tenteranno di risolvere. 


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