|
Introduzione alla filosofia - di Ernesto Riva |
Immanuel
Kant (1724-1804)Immanuel
Kant nacque a Königsberg (nella Prussia orientale, ora la cittadina è in
Lituania e si chiama Kaliningrad) nel 1724. Il padre fa il sellaio. La madre
influisce in particolare sull'educazione religiosa del figlio trasmettendogli la
propria fede pietistica (Il Pietismo, fondato da Spener nella seconda metà del
1600, dava grande importanza ad una fede viva, operante, austera). Kant compie
gli studi superiori al Collegium Fridricianum, ove sono presenti influssi del
pensiero illuministico. Nel 1740 si iscrive all'Università di Königsberg e vi
studia teologia, filosofia, matematica, fisica. Dopo la laurea e la libera
docenza, comincia ad insegnare all'università ma con scarsi proventi, sicché
deve sopperire alle sue necessità dando lezioni private. Comincia intanto a
farsi conoscere negli ambienti accademici con una notevole quantità di opere
sui più diversi argomenti: Storia universale della natura e teoria del
cielo,
L'unico argomento possibile per una dimostrazione dell'esistenza di Dio, Sogni
di un visionario chiariti con i sogni della metafisica... nel 1770 scrive la
dissertazione De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis per
il conseguimento della cattedra di "logica e metafisica". D'ora in poi
si dedicherà interamente alla elaborazione delle sue opere e del suo pensiero. Kant
condusse sempre una vita molto regolare e metodica, al punto che fiorirono molti
aneddoti su di lui: dicevano infatti ad esempio che gli abitanti di Königsberg
regolavano i loro orologi quando vedevano passare il filosofo davanti alle loro
case, durante la passeggiata quotidiana. Una sola volta Kant non fece la sua
passeggiata: quando fu impegnato nella lettura dell'Emilio di Rousseau. Nel
1781 apparve il capolavoro che pone le basi della filosofia critica kantiana, GLI SCRITTI PRECRITICI Iniziamo
con la Storia universale della natura e teoria del cielo (1705), in cui Kant
descrive la formazione dell'universo a partire da una nebulosa primitiva ,
secondo le leggi della meccanica newtoniana. Si ricordi che nel 1796 l'astronomo
Laplace giunse ad una ipotesi simile a quella kantiana e da allora la teoria
cosmologica fu ricordata come "teoria di Kant-Laplace". L'intento
dichiarato dell'opera era quello di "dedurre dallo stato primitivo della
natura, col suo aiuto delle leggi della meccanica, la formazione dei corpi
celesti e l'origine dei loro movimenti". L'ordine delle leggi dell'universo
implica l'esistenza di un ordinatore e quindi di Dio. Ciò però non significa
che si debba ricorrere a Dio nella spiegazione dei fenomeni naturali. I diversi
mondi si sono formati da una nebulosa originaria (la materia si è organizzata
attorno ad un nucleo centrale, evolvendo dal caos primordiale) per effetto
esclusivo delle forze di attrazione e repulsione; le medesime forze determinano
i movimenti orbitali dei pianeti. La storia della natura è ciclica. I sistemi
cosmici andranno in rovina e la materia tornerà nel caos ,da cui poi si
riformeranno nuovi mondi. Kant ha così cercato di applicare la teoria newtoniana
ad una ipotesi generale di formazione dell'universo, che Newton non aveva fatto.
Kant ha limitato l'intervento divino alla sola creazione della materia e delle
leggi naturali, utilizzando poi, per spiegare ogni altro fenomeno tranne per i
fenomeni del mondo vivente, i principi della teoria newtoniana, la causalità
meccanica e la gravitazione. Nella conclusione dell'opera, Appendice sugli
abitanti dei corpi celesti, Kant, per "puro diletto dello spirito",
sostiene che "sia assurdo negare che altri pianeti oltre al nostro siano
abitati". Non solo l'uomo non è l'unico abitante dell'universo, ma vi sono
altri esseri che sono più perfetti dell'uomo stesso. Visto che il corpo è un
elemento che limita la ragione e la spiritualità, un essere è tanto più
perfetto quanto più si trova lontano dal Sole, visto che la densità della
materia è tanto minore quanto maggiore è la distanza dal Sole. A mezza strada
tra la perfezione degli esseri che dovrebbero abitare Giove e Saturno e la
brutalità degli abitanti di Mercurio, sta appunto l'uomo, sempre in tensione
tra istinto e ragione. Nei
Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica (1765), Kant discute
le teorie dello svedese Emanuele Swedenborg, un occultista e visionario che
diceva d'essere in contatto col mondo degli spiriti. Una donna, Charlotte
Knobloch, chiese a K il suo parere a riguardo e il filosofo, dopo avere letto
con scrupolo i libri dello svedese, pubblicò un volumetto in cui, prendendo
spunto dalle fantasticherie dell'occultista, attaccava la metafisica del suo
tempo, facendo un parallelo fra i sogni dei visionari e quelli dei metafisici,
"fabbricanti di castelli in aria". Secondo K, le questioni che esulano
dal campo dell'esperienza devono essere abbandonate perché intorno ad esse non
si producono altro che "invenzioni". La metafisica come la intende K -
"di cui la sorte ha voluto che mi innamorassi" - sarà d'ora in poi
una scienza dei limiti della ragione. I problemi che la metafisica dovrà
trattare sono quelli entro i confini dell'esperienza umana. "Merito della
saggezza sta nello scegliere, tra gli innumerevoli problemi che si presentano,
quelli la cui soluzione sta a cuore all'uomo". Nel
1770 Kant scrive la dissertazione De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et
principiis per la nomina a professore ordinario di "logica e
metafisica" presso l'Università di Königsberg. E' un'opera che
rappresenta il passaggio dalla fase precritica a quella critica. Vediamo in che
senso. Kant distingue nettamente tra la conoscenza sensibile e quella
intellettuale. La prima è dovuta alla passività o ricettività del soggetto
che riceve appunto i dati sensibili: essi ci fanno vedere le cose così come ci
appaiono, cioè ci fa conoscere i fenomeni, le cose come si manifestano a noi e
non come sono in sé. La seconda è una facoltà del soggetto che ci permette di
cogliere le cose così come sono, nel loro vero essere, che può essere colto
solo dal pensiero, e per questo motivo Kant chiama le cose come vengono colte dal
pensiero noumeni (dal greco noein, "pensare"). Concetti
dell'intelletto sono ad esempio quelli di "possibilità", di
"necessità" e simili, i quali ovviamente non possono derivare dai
sensi. Gli errori della metafisica tradizionale derivano dal "gioco
illusionistico" di confondere conoscenza intellettuale e conoscenza
sensibile. Kant sostiene che la conoscenza sensibile è intuizione, cioè
conoscenza immediata. Ora, ogni conoscenza sensibile avviene nello spazio e nel
tempo: lo spazio e il tempo non sono proprietà caratteristiche delle cose,
realtà ontologiche (come diceva ad esempio Newton, e ancor prima
Aristotele), né
semplici rapporti fra i corpi, come credeva Leibniz. Essi sono invece le forme
della sensibilità, cioè i modi con cui il soggetto coglie sensibilmente le
cose. E' questa la "grande luce" che Kant dice gli sia venuta nel 1769.
Essa sarà teorizzata compiutamente nella Critica della ragion pura (1781), in
cui parlerà della "rivoluzione copernicana" che la sua filosofia (il
criticismo ) ritiene di aver portato nel sapere filosofico. Si badi che in
questa dissertazione, mentre la parte che analizza la sensibilità è già
"critica", nella parte che riguarda la conoscenza intellettuale è
ancora "precritica" o dogmatica poiché Kant crede ancora di poter
cogliere, grazie alla conoscenza intellettuale, le cose così come sono (noumeni), mentre nella
Critica della ragione pura lo dichiarerà impossibile. CRITICA
DELLA RAGIONE PURA (1781): L'opera
è divisa in due grandi parti: la Dottrina degli elementi e la dottrina del
metodo. La prima è suddivisa in Estetica trascendentale e in logica
trascendentale. Quest'ultima è divisa a sua volta in Analitica trascendentale e
Dialettica trascendentale. La
Dottrina trascendentale degli elementi indaga gli elementi formali della
conoscenza che, per Kant, sono puri e a priori. L'Estetica trascendentale studia la
sensibilità e le sue forme a priori che sono lo spazio e il tempo, mostrando
come su di esso si fondi la matematica; l'Analitica trascendentale studia
l'intelletto e le sue forme a priori (le 12 categorie), e mostra come su di esse
si fondi la fisica; infine la Dialettica trascendentale studia la ragione e le
sue tre idee di anima, mondo e Dio, mostrando come su di esse si fondi la
metafisica. In ultimo, la Dottrina del metodo (che è la parte più breve e
conclusiva dell'opera) determina l'uso possibile degli elementi a priori della
conoscenza cioè appunto il metodo della conoscenza stessa. Il
titolo dell'opera può essere inteso come "l'esame dei fondamenti del
sapere" ovvero come "l'esame critico della validità e dei limiti che
la nostra ragione possiede in virtù dei suoi elementi puri a priori". Si
badi: la ragione può essere intesa nel titolo come facoltà conoscitiva in
generale, anche se poi Kant all'interno dell'opera distingue chiaramente tra
sensibilità, intelletto e ragione, come vedremo. Si ricordi inoltre che per Kant
puro è ciò che è fonte di conoscenza a priori, ovvero ciò a cui non è
mescolato nulla di empirico, non derivando dall'esperienza; inoltre l'aggettivo
trascendentale riguarda per Kant il nostro modo di conoscere le cose in quanto è
reso possibile da forme a priori; in generale è ciò che precede qualsiasi
esperienza e ne è la condizione, per cui "trascendentale" diventa
anche sinonimo di "puro" o di "a priori". Il
pensiero di Kant è detto criticismo perché distinguendosi dal dogmatismo (che
accetta le dottrine senza interrogarsi sulla loro validità o meno) fa appunto
della critica lo strumento della filosofia. "Criticare" per Kant vuol
dire giudicare, valutare, soppesare, ossia interrogarsi sul fondamento delle
conoscenze umane chiarendone le possibilità, la validità, i limiti. Il che non
è affatto scetticismo perché tracciare il limite di una esperienza vuol dire
garantire, entro il limite stesso, la sua validità. Kant può finalmente
respingere lo scetticismo di Hume perché la sua indagine vuole stabilire, da un
lato, come siano possibili la matematica e la fisica in quanto scienze, e
dall'altro come sia possibile la metafisica, intesa sia come disposizione
naturale sia come presunta scienza. Il tutto viene sintetizzato da Kant nella
celebre formula "Come sono possibili i giudizi sintetici a priori?" e
cioè: come possiamo avere una conoscenza che sia valida scientificamente? CRITICA
DELLA RAGION PURA. Il
concetto che funge da predicato (B) non si trova implicito nel concetto che
funge da soggetto (A) ed allora il giudizio è sintetico perché il predicato
(B) aggiunge al soggetto (A) qualcosa che non è ricavabile per mera analisi del
soggetto ma è qualcosa in più. Ad esempio quando dico che "ogni corpo è
pesante" esprimo un giudizio sintetico giacché il concetto di pesantezza
non è implicito nel concetto di tutti i corpi. Si ricordi che l'esempio
kantiano si rifà ad Aristotele, per il quale alcuni corpi - terra e acqua -
sono per natura pesanti, mentre altri - aria e fuoco - sono per loro natura
leggeri. Noi potremmo fare altri esempi, dicendo "il tavolo è
rotondo", "la mela è verde" ecc. (la rotondità o il verde non
appartengono necessariamente ai due oggetti presi in esame). I
giudizi analitici sono giudici a priori (cioè non dipendono dall'esperienza),
universali e necessari ma non ampliano le nostre conoscenze. I giudizi sintetici
ampliano sempre le nostre conoscenze però, essendo a posteriori (cioè
basandosi sull'esperienza) non possono essere universali e necessari. La
scienza, per essere tale cioè conoscenza valida, non si può basare né sui
soli giudizi analitici né sui meri giudizi sintetici ma deve basarsi su un
terzo tipo di giudizi che Kant chiama giudizi sintetici a priori, tali cioè che
siano sia universali, necessari e a priori che sintetici, cioè aumentino le
nostre conoscenze. Per Kant le operazioni della aritmetica sono "sintesi a
priori". Il giudizio 5+7=12 (oppure 5668797+235408) è un giudizio
sintetico a priori in quanto il risultato è stato ottenuto col sommare e non
per via solo analitica (il 5 o il 5+7 non contiene a priori il 12 ma abbiamo
dovuto contare); una volta però ottenuto il risultato, esso sarà per sempre
valido per tutte le menti pensanti. Lo stesso vale per la geometria (ad es.
"la linea retta è la più breve tra due punti", infatti il concetto
di "linea più breve" è aggiunto e non è ricavabile con nessuna
analisi da quello di "linea retta"), e così pure per la fisica e
persino per la metafisica, almeno nelle sue pretese, secondo Kant, vi sono essere
giudizi "sintetici a priori" (ad esempio "il mondo deve avere un
primo inizio"). Il problema da affrontare adesso è: come sono possibili i
giudizi sintetici a priori? La
cosiddetta "rivoluzione copernicana" Qual
è allora il fondamento dei giudizi sintetici a priori? E' il soggetto stesso,
con le sue leggi che governano il processo della conoscenza sia attraverso i
sensi che attraverso l'intelletto. E visto che i modi di conoscere a priori che
il soggetto ha sono i sensi e l'intelletto, essi sono i trascendentali della
conoscenza umana. Il trascendentale è dunque la condizione che permette la
conoscibilità degli oggetti, sia dell'intuizione sensibile che della pensabilità
stessa degli oggetti. E' ciò che si riferisce alla conoscenza in quanto
possibile a priori, dice Kant. In breve, il trascendentale è ciò che il
soggetto mette nelle cose nell'atto di conoscerle (e cioè lo spazio, il tempo e
le 12 categorie, come vedremo). L'ESTETICA
TRASCENDENTALE La
sensazione è una semplice modificazione (un tempo si diceva affezione) che il
soggetto subisce, passivamente, ad opera dell'oggetto: ad esempio quando sentiamo
caldo o freddo, quando vediamo rosso o altri colori, quando gustiamo il dolce o
l'amaro. In altri termini, è una azione che l'oggetto "produce" sul
soggetto, modificandolo. La
sensibilità è la facoltà che noi abbiamo di ricevere le sensazioni, ossia la
facoltà mediante la quale noi siamo suscettibili di essere modificati dagli
oggetti. L'intuizione
è la conoscenza immediata degli oggetti. Essa non crea, non produce gli oggetti
ma dipende dall'esistenza degli oggetti stessi. In altre parole, gli oggetti
esistono realmente e il modo come li conosciamo immediatamente è chiamato da Kant
"intuizione". Egli chiama poi intuizione empirica la conoscenza
sensibile in cui sono concretamente presenti le sensazioni, mentre parla di
intuizioni pure riferendosi propriamente solo allo spazio e al tempo. Il
fenomeno è l'oggetto dell'intuizione sensibile. Si ricordi che in greco la
parola indica "ciò che si manifesta, ciò che appare". Dunque noi,
quando conosciamo qualcosa sensibilmente, cogliamo l'oggetto quale appare a noi
e non come è in sé; lo cogliamo come si manifesta a noi secondo le nostre
forme della sensibilità. Nulla ci vieta di pensare che, se avessimo altri
sensi, le cose ci apparirebbero in maniera diversa. Dopo
queste precisazioni, Kant approfondisce ulteriormente che cos'è un fenomeno. In
ogni fenomeno c'è per Kant una materia e una forma. La materia consiste nelle
varie sensazioni e, come tale, è a posteriori (= dipende dall'esperienza: non
posso sentire caldo o freddo se non ho prima l'esperienza del caldo o del
freddo). La forma dipende invece dal soggetto ed è il modo in cui
"funziona" la nostra sensibilità, la quale, nel momento in cui
accoglie i dati dei sensi, li "organizza" in maniera ordinata:
infatti io vedo ad esempio un tavolo e non ho delle sensazioni separate, confuse di
un qualcosa che sta di fronte a me. La forma sarà quindi a priori e consisterà
nelle due intuizioni pure dello spazio e del tempo. Lo
spazio e il tempo sono per Kant modi e funzioni propri del soggetto, cioè sono
i modi che noi abbiamo di cogliere sensibilmente le cose. Noi non possiamo non
"inquadrare" una qualsiasi sensazione in uno spazio e in un tempo
particolare. Lo spazio è la forma (= il modo di funzionare) del senso esterno
ossia la condizione cui deve sottostare la rappresentazione sensibile degli
oggetti esterni al soggetto. Il tempo è la forma del senso interno e cioè è
la forma di ogni dato sensibile interno, in quanto da noi conosciuto. Si badi:
altri esseri - dice Kant - potrebbero cogliere le cose non spazialmente né
temporalmente; noi invece non possiamo non coglierle spazio-temporalmente perché
"siamo fatti così", abbiamo una sensibilità che "funziona"
in questo modo. Siamo
ora in grado di capire su che cosa si fonda la validità di scienze come la
geometria e l'aritmetica. Esse sono valide perché si fondano sulle forme a
priori della nostra sensibilità, sulle intuizioni pure dello spazio e del
tempo. Proprio per questo le due scienze hanno universalità e necessità giacché
lo spazio e il tempo sono "strutture" del soggetto o, meglio, di tutti
i soggetti, di tutti gli uomini allo stesso modo. Tutti noi, in altre parole,
abbiamo lo stesso modo di cogliere sensibilmente le cose, attraverso lo spazio e
il tempo. I giudizi della geometria (postulati, teoremi ecc.) si fondano quindi
sulla intuizione a priori dello spazio; la matematica si fonda invece sul tempo
perché moltiplicare, sommare ecc. sono operazioni che richiedono tempo. LOGICA
TRASCENDENTALE. L'uomo
non ha solo sensazioni ma anche intelletto. Mediante le sensazioni, gli oggetti
ci sono dati; mediante l'intelletto essi sono pensati. Entrambe le facoltà ci
sono indispensabili : l'intelletto non può intuire (cioè, nel linguaggio di Kant,
conoscere sensibilmente) né i sensi possono pensare. Perciò è giusto
distinguere le loro funzioni e dunque adesso dobbiamo occuparci della logica
ovvero della scienza dell'intelletto in generale. Kant distingue la logica
generale o formale, che è quella che studia le leggi del pensiero, quella
aristotelica, che viene comunque accettata da Kant; da un'altra logica che Kant chiama
logica trascendentale, che studia i concetti puri dell'intelletto ovvero le
categorie(che vedremo subito), e dunque essa studia specificamente quei concetti
che non derivano dagli oggetti ma sono a priori nel nostro intelletto. Si
badi: per Kant le categorie non sono le leggi dell'essere, come per Aristotele,
ma sono le leggi della mente ovvero i modi come funziona il nostro intelletto
(sono forme sintetizzatrici e non contenuti). Ma quante sono le categorie? per
Aristotele, come si ricorderà, erano dieci. Per Kant invece le categorie sono
dodici. Perché? Per Kant pensare significa giudicare cioè formulare dei giudizi
: ora, ci saranno tante categorie quante sono le forme di giudizio che la logica
classica formale ha classificato; se la logica è giunta a distinguere dodici
tipi di giudizio diversi ci saranno allora 12 tipi di categorie, divise in 4
gruppi (secondo la quantità, qualità, relazione e modalità) con 3 tipi
ciascuno. L'Io
Penso e la Deduzione trascendentale Dall'altro,
il soggetto deve pure avere autocoscienza, cioè deve essere consapevole di
essere il termine di riferimento unitario delle varie rappresentazioni. E'
insomma la coscienza di noi stessi di essere dei soggetti pensanti. Infatti
qualsiasi giudizio formuliamo, ad es. "A è uguale a B", implica
sempre che "Io Penso che A è uguale a B". In altri termini, affinché
io possa rappresentarmi qualcosa, bisogna che la rappresentazione sia presente
alla mia autocoscienza (che Kant chiama appercezione pura o trascendentale perché
è a priori e si distingue dalla coscienza empirica in quanto è la condizione
di tutte le mie rappresentazioni), e poiché questo vale per tutte le mie
rappresentazioni, esse vengono unificate appunto da ciò che Kant chiama l'Io
Penso. Visto
poi che l'Io Penso è identico in tutti gli uomini, ossia tutti gli uomini hanno
la stessa "struttura unificante", il risultato della unificazione sarà
valido universalmente e oggettivamente per tutti. Ad esempio quando dico che
"Questo corpo è pesante", tale giudizio vale per tutti gli
intelletti umani che dispongono delle mie stesse caratteristiche. Le categorie
sono insomma universali: non appartengono al singolo individuo bensì alla
conoscenza umana in generale. Grazie a questa universalità, esse rendono
possibile l'oggettività del giudizio , in quanto il giudizio che rendono
possibile deve essere valido per tutti, essere universale e necessario. Da qui
giungiamo alla Deduzione trascendentale delle categorie cioè al riconoscimento
della loro validità tramite l'Io Penso. Il termine "deduzione" non è
qui usato da K nel solito senso di "ragionamento che parte dall'universale
per arrivare al particolare"( ricordate il sillogismo aristotelico: tutti
gli uomini sono mortali/Socrate è uomo/quindi Socrate è mortale?), ma nel
significato giuridico di giustificazione. In altri termini: come mai la nostra
conoscenza scientifica è valida? Su che cosa si basa la validità delle
categorie ovvero del nostro modo di pensare le cose? La risposta è appunto
l'Io Penso. Come il soggetto, quando coglie con i sensi gli oggetti, li
spazializza e li temporalizza, così, quando li pensa, li ordina secondo le
categorie, secondo i modi proprio del pensiero umano. Le categorie sono dunque
le condizioni alle quali è possibile che qualcosa venga pensato come oggetto di
esperienza. Il che indica che per Kant il concetto di "oggetto", che era
tradizionalmente concepito come un qualcosa che è opposto al soggetto,
presuppone, al contrario, proprio il soggetto, perché solo un soggetto può
distinguere tra soggetto e oggetto, e può conoscere sia il soggetto che
l'oggetto. Lo
schematismo trascendentale e l'immaginazione produttiva (Kant dice: gli schemi sono le categorie calate nel tempo). Si pensi alla solita
categoria della causalità: è appunto lo schema relativo a questa categoria
che ci permetterà di applicarla ai vari oggetti d'esperienza, cosa altrimenti
impossibile. Infine
Kant passa ad illustrare le "regole dell'uso oggettivo delle categorie"
che, essendo tanto generali da fondare ogni conoscenza, si identificano, in
pratica, con le leggi universali della natura. Si badi però: le leggi
universali che esse esprimono (ad esempio che ogni fenomeno ha una causa) hanno un
carattere trascendentale e non si identificano con le singole leggi naturali
particolari che sono scoperte empiricamente (ad esempio l'accelerazione ecc.). In
conclusione, siamo solo e sempre noi che costituiamo la natura come un insieme
unitario di fenomeni, connesso da leggi necessarie, le quali non sono altro che
le regole del nostro intelletto. Si ricordi però che la conoscenza scientifica
è sì universale e necessaria ma rimane fenomenica. Se
il fenomeno è la cosa come "appare a noi", è evidente che esso
presuppone la cosa "qual è in sé", cioè il noumeno. Esso è inteso
da Kant in due modi: in senso negativo è la cosa quale è in sé, ossia la cosa
quale potrebbe essere pensata da noi ... senza pensarla, senza usare le nostre
categorie mentali ! In senso positivo il noumeno sarebbe oggetto di una
intuizione non sensibile, la quale però non è data all'uomo; dunque è un
concetto-limite che ci ricorda che quello che ci viene dato da conoscere nello
spazio e nel tempo non è la realtà in assoluto e che quindi l'intelletto non
può conoscere le cose in sé ma solo pensarle nella loro possibilità, sotto
forma di X ignote, di incognite. LOGICA
TRASCENDENTALE. Nella
"Dialettica trascendentale" Kant affronta il problema se la metafisica
sia o no una scienza valida ossia ci possa dare delle conoscenze certe. Si noti: il termine "dialettica" viene qui usato da Kant in senso negativo cioè
con esso egli intende l'analisi e lo smascheramento dei ragionamenti fallaci
della metafisica. Chiariamo: il pensiero umano è limitato, in ambito
conoscitivo, all'esperienza. La sua tendenza ad andare tuttavia oltre
l'esperienza è naturale e irrefrenabile ma, non appena lo spirito si avventura
al di fuori degli orizzonti dell'esperienza, cade fatalmente in errore. Queste
illusioni ed errori hanno però una logica ben precisa: sono tipi di errori che
non possono non essere commessi. C'è ancora da notare che il termine
"ragione" ha in Kant un significato generale che indica la facoltà
conoscitiva in genere, e ne ha poi uno specifico, esaminato proprio qui nella
Dialettica trascendentale, che indica l'intelletto quando si spinge al di là
dell'esperienza possibile. Questo spingersi oltre è (si ricordi) qualcosa di
strutturale e di ineliminabile: lo spirito umano non può non cercare di
spingersi oltre l'esperienza. Kant distingue allora tra la ragione (Vernunft ) che
è la facoltà dell'incondizionato, cioè l'intelletto quando pretende di andare
oltre l'esperienza ed entrare nell'ambito della metafisica, e l'intelletto (Verstand)
quando si mantiene negli orizzonti della esperienza possibile. Kant
chiama Idee le forme a priori ovvero i concetti puri della ragione (come le
categorie erano le forme a priori o i concetti puri dell'intelletto). Esse
corrispondono all'Idea psicologica o anima, all'Idea cosmologica o mondo,
all'Idea teologica o Dio. La ragione è portata costitutivamente ad unificare i
dati del senso interno mediante l'Idea di anima; ad unificare i dati del senso
esterno mediante l'Idea di mondo; ad unificare i dati esterni ed interni con
l'Idea di Dio, intesa come la totalità di tutte le totalità ed il fondamento
di tutto ciò che esiste. L'errore della metafisica consiste nel trasformare
queste tre esigenze mentali di unificazione dell'esperienza in altrettante realtà
autonome: questa è però un'illusione strutturale così forte che non cessa
neppure quando ci rendiamo conto che essa è tale. L'ANIMA. IL
MONDO Queste
antinomie rimangono appunto insolubili perché quando la ragione pretende di
oltrepassare i limiti dell'esperienza non può che oscillare da un opposto
all'altro senza avere mai la possibilità di decidere definitivamente per l'una
o per l'altra delle alternative. Il difetto è nella stessa Idea di
"mondo", la quale, essendo al di là di ogni esperienza possibile, non
può fornire alcun criterio per decidere la verità di una o dell'altra
affermazione. Kant
conclude facendo notare che le tesi sono proprie del pensiero metafisico e del
razionalismo, mentre le antitesi sono tipiche dell'empirismo e della scienza.
Inoltre, per quanto riguarda la terza e la quarta antinomia, le antitesi
potrebbero valere per il fenomeno (nel cui ambito non si incontrano mai né Dio
né la libertà) mentre le tesi potrebbero valere per la cosa in sé.
LA
PROVA ONTOLOGICA LA
PROVA COSMOLOGICA LA
PROVA FISICO-TEOLOGICA O TELEOLOGICA La
conclusione di Kant è che noi non possiamo dimostrare con certezza l'esistenza
di Dio. Si badi: Kant non intende negare l'esistenza di Dio in sé ma solo la
sua dimostrabilità tramite la nostra ragione. Egli non è affatto un ateo bensì
è un agnostico (=non so, non conosco), in quanto ritiene che la ragione umana
non possa dimostrare né l'esistenza di Dio né la sua non esistenza. Altra
conseguenza è che una metafisica come scienza è impossibile giacché la
pretesa sintesi a priori metafisica supporrebbe un intelletto intuitivo, che
all'uomo non è dato o, in altre parole, ciò che supera l'ambito
dell'esperienza rimarrà sempre indimostrabile per l'uomo. Ma che senso hanno
allora le tre Idee in quanto tali? Esse - dice Kant - non possono avere un uso
costitutivo come le categorie, cioè non servono a conoscere alcun oggetto
possibile, ma hanno un uso regolativo cioè valgono come "regole" per
sistemare i fenomeni in maniera ordinata, come se tutti i fenomeni che
riguardano l'uomo dipendessero da un principio unico (anima); come se tutti i
fenomeni della natura dipendessero unitariamente da principi intelligibili di un
unico mondo; come se la totalità delle cose dipendesse da un unico Essere
necessario e creatore. Le Idee, non valendo come realtà, varranno come principi
euristici (dal greco "eurischein" = scoprire), come condizioni cioè che
impegnano l'uomo nella ricerca, unificando la conoscenza, rafforzano il pensiero
e stimolano la ricerca a continuare per sempre. DOTTRINA
TRASCENDENTALE DEL METODO CRITICA
DELLA RAGIONE PRATICA (1788) Massime
e imperativi L'imperativo
ipotetico determina la volontà a condizione che essa voglia raggiungere certi
obiettivi. La loro forma è quella del "Se... allora devi". Sono
"ipotetici" perché valgono nella ipotesi in cui si voglia quel fine e
comunque valgono oggettivamente per tutti coloro che si propongono di
raggiungere quel fine. Fanno parte di essi anche le cosiddette "regole
dell'abilità" (ad esempio le procedure per diventare un buon medico) ed i
"consigli di prudenza" (ad esempio i vari manuali per la salute o per
vivere felici). L'imperativo
categorico determina invece la volontà non in vista di ottenere un determinato
effetto desiderato, ma solamente come volontà. Ordina cioè il dovere in modo
incondizionato, a prescindere da qualsiasi fine o scopo, ed ha la forma del
"Tu devi perché devi", "Tu devi e basta". Ora, soltanto
l'imperativo categorico, in quanto ordina in modo perentorio per tutti e per
tutte le circostanze, è universale e necessario ed è quindi morale. Formalismo,
autonomia e rigorismo morale In
un'altra opera, la Fondazione della metafisica dei costumi (1785), Kant aveva già
proposto due altre formule dell'imperativo categorico. La prima diceva: "Agisci in modo da considerare l'umanità, sia nella tua come nella altrui
persona, sempre come fine e mai come semplice mezzo". La seconda era: "Agisci in modo che la volontà, con la sua massima, possa considerarsi
come universalmente legislatrice rispetto a se stessa". Entrambe le formule
ribadiscono che noi non solo siamo sottomessi ad una legge, ma che questa legge
è il frutto della nostra stessa razionalità e dipende quindi da noi: siamo
noi stessi con la nostra volontà e razionalità a dare legge a noi stessi. La
morale - dice ancora Kant - istituisce una sorta di "Regno dei fini"
ossia una comunità di persone libere, che vivono secondo le leggi della morale
e si riconoscono dignità a vicenda; in esso ognuno è suddito e legislatore al
tempo stesso. Secondo
Kant, tutte le morali prima di lui erano eteronome cioè ponevano il fondamento del
dovere in principi esterni all'uomo e alla sua ragione (Dio, la felicità, il
piacere, la saggezza ecc.). La morale kantiana vuole invece essere autonoma,
essere legge a se stessa, perché chiede di agire solo per il puro dovere. Il
cuore della moralità kantiana è appunto il dovere per il dovere ossia nello
sforzo di attuare la legge della ragione solo per ossequio ad essa, e non sotto
la spinta di personali inclinazioni o in vista dei risultati che possono
derivarne. Da ciò anche il rigorismo di Kant che esclude dalla morale ogni
emozione o sentimento (se faccio il bene mi sento meglio, sono in pace con la
mia coscienza e simili). Nell'etica kantiana si riconosce il diritto ad un unico
sentimento, cioè il rispetto per la legge (riferito naturalmente alle persone).
D'altra
parte la morale implica anche una partecipazione interiore, altrimenti rischia
di sfociare in atti di legalismo ipocrita o in forme di autocompiacimento. Il
dovere e la volontà buona (= la convinta adesione della volontà alla legge)
innalzano l'uomo - dice Kant - al di sopra del mondo sensibile, fenomenico, dove
vige il meccanismo delle leggi naturali, e lo fanno partecipare al mondo
intelligibile, noumenico, dove vige la libertà. La
libertà viene definita da Kant come l'indipendenza della volontà dalla legge
naturale dei fenomeni, ossia dal meccanismo causale naturale. Questa libertà,
che non spiega nulla nel mondo dei fenomeni, spiega invece tutto nella sfera
morale. Se definiamo appunto la libertà come "indipendenza dalla legge
naturale" o "indipendenza dai contenuti della legge morale", la
definiamo però negativamente . Se invece diciamo che la volontà è in grado di
determinarsi da sé, di autodeterminarsi, allora abbiamo anche il senso positivo
della parola libertà. Insomma, per Kant libertà, autonomia, formalismo sono
tutt'uno. I
tre postulati della ragione pratica Postulato
della immortalità dell'anima. Postulato
dell'esistenza di Dio. Da
quanto detto, deriva il primato della ragione pratica sulla ragione pura, in
quanto la ragione è riuscita ad ammettere, in quanto è anche pratica, quelle
realtà che non avrebbe mai potuto ammettere nel suo uso puramente teoretico. Si
ricordi: i postulati kantiani continuano a non valere come conoscenze. Anche
perché, se la ragionevole speranza nell'esistenza di Dio e nell'immortalità
dell'anima si trasformasse in una certezza razionale, la moralità non avrebbe
più alcun senso e tanto meno la nostra libertà, in quanto l'uomo sarebbe una
sorta di marionetta. La morale non ha comunque bisogno della religione ma è
autosufficiente, grazie alla ragione pratica. Anche se, comunque, la morale
potrebbe condurre alla religione, poiché soltanto da Dio possiamo sperare quel
sommo bene che la legge morale ci indica. CRITICA
DEL GIUDIZIO (1790) I
giudizi conoscitivi e scientifici della ragione pura sono definiti da Kant
giudizi determinanti perché "determinano" gli oggetti fenomenici
mediante le forme a priori (spazio, tempo, categorie) per cui possiamo dire ad
esempio che "questo tavolo è rotondo, basso, di legno ecc.". Vi è però
un altro tipo di giudizi che Kant chiama giudizi riflettenti perché
"riflettono" su un oggetto già dato il nostro "sentimento"
nei suoi confronti, come quando diciamo: "Ma guarda che bel tavolo!",
oppure "Che stupendo tramonto!". La Critica del Giudizio è appunto
dedicata all'analisi dei giudizi riflettenti. Essi sono di due tipi: i giudizi
estetici ed i giudizi teleologici ovvero finalistici. Il
giudizio estetico. La
rivoluzione copernicana estetica. Il
sublime. Il
sublime matematico è dato dal sentimento che proviamo nei confronti di entità
naturali smisuratamente grandi come l'oceano, il cielo ecc. Questo stato d'animo
è ambivalente: da un lato proviamo una sorta di dispiacere perché ci sentiamo
piccolissimi e come schiacciati di fronte a tanta immensità, ma dall'altro,
proviamo un qualche piacere perché lo spirito è portato ad elevarsi all'idea
dell'infinito. Trasformiamo così il nostro sentimento di piccolezza fisica in
una consapevolezza della nostra grandezza spirituale, per cui la vera e propria
sublimità è in fondo quella dell'uomo. Il
sublime dinamico nasce di fronte allo spettacolo della natura immensamente
potente (come nel caso dei terremoti, vulcani in eruzione, uragani ecc.). Anche
in questo caso, se in un primo momento possiamo avvertire un senso di impotenza,
proviamo poi un sentimento che si riferisce alla nostra grandezza ideale, dovuto
alla nostra dignità di esseri umani pensanti, portatori di razionalità e di
moralità, al di sopra della semplice natura. Si ricordi qui la scritta che Kant
volle incisa sulla tomba: Il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me"
(Der bestirnte Himmel ueber mir und das moralische Gesetz in mir), tratta
dalla conclusione della Critica della ragione pratica. Il
giudizio teleologico o finalistico. Kant
ricorda tuttavia che il giudizio teleologico è privo di valore teoretico o
dimostrativo in quanto la finalità è solo un nostro modo di vedere il reale.
Il finalismo è considerato da Kant come una sorta di "promemoria
critico" che da un lato, ci ricorda i limiti di una visione puramente
meccanicistica della realtà e, dall'altro, ci rammenta la nostra impossibilità
di avere conoscenze valide se trascendiamo l'orizzonte fenomenico e scientifico.
Concludiamo
con un accenno a due operette kantiane particolarmente significative. La
seconda operetta da ricordare è un saggio del 1795 intitolato Per la pace
perpetua. Più esattamente, con intento ironico, si riferiva all'insegna di un
oste olandese su cui era dipinto un cimitero, con la scritta appunto "Alla
pace eterna". In esso Kant sostiene che per promuovere la pace bisogna: |
|
Copyright (C) 2000 Linguaggio Globale - Zopper di Antonio Zoppetti |