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Introduzione alla filosofia - di Ernesto Riva |
Erasmo
da Rotterdam (1466-1536)Introduzione Vita e opere Rimasti orfani, i due fratelli furono dai tutori messi a scuola a Hertogenbosch. A 18 anni poi, cedendo alle interessate insistenze dei tutori che non vedevano l’ora di liberarsi di loro due per mettere, probabilmente, le mani con più facilità sulle sostanze lasciate dal padre, pronunzia nel 1488 i voti solenni presso il convento degli agostiniani a Steyn e il 25 aprile 1492 è ordinato sacerdote. Nel 1493 Erasmo entra al servizio di Enrico di Bergen, vescovo di Cambrai e, al suo seguito, soggiorna a Bergen, a Bruxelles, a Mechelen, finché riesce ad ottenere il permesso di andare a studiare all’università di Parigi dove dimora al Collegio Montaigu. Qui consegue nel 1497 consegue il baccellierato in teologia. Nel 1499, su invito di lord Montjoy, conosciuto a Parigi, si reca in Inghilterra, dove conosce tra gli altri Tommaso Moro. Nel 1500 uscì la prima edizione degli Adagia, una scelta di proverbi e massime di scrittori latini che Erasmo commenta ad uso di coloro che vogliono avere un elegante stile latino. Ritornato in Francia, a causa della peste trova rifugio a Lovanio, dove rimarrà circa due anni e dove finirà di comporre l’Enchiridion militis cristiani, (Manuale del soldato cristiano),per affermare che la religione non è solo ritualismo. L’arma principale del milite cristiano è la lettura e l’interpretazione della Bibbia. Erasmo consiglia di scegliere come guida quegli interpreti che più si allontanano dalla lettera dei libri sacri; al di là della lettura bisogna raggiungere lo spirito giacché solo nello spirito è la verità. Egli ritiene inoltre che la vitalità futura del cristianesimo dipenda dai laici e non dal clero. In secondo luogo, l’accento posto da Erasmo sulla “religiosità interiore” genera una concezione del cristianesimo che non fa nessun riferimento alla chiesa, ai suoi riti, al suo clero o alle sue istituzioni. Erasmo esprime la necessità che tutti leggano la Bibbia. “Desidererei che tutte le donnicciole potessero leggere l’Evangelo e le lettere di San Paolo” (cfr. Paraclesis in Nov. Test., 142-145). Proprio da questo ritorno alla lettura e all’intendimento della Scrittura, Erasmo si attende il rinnovamento dell’uomo, quella riforma o rinascita che è la restaurazione dell’autentica natura umana. Con ciò egli aveva stabilito i presupposti teorici della Riforma e, quel che più conta, ne aveva chiarito il concetto fondamentale: quello di un rinnovamento radicale della coscienza cristiana mediante il ritorno alle fonti del cristianesimo. Nel 1504, sempre a Lovanio, scopre un manoscritto del Valla che lo induce a riscontrare la Vulgata(=la traduzione in latino della Bibbia fatta da San Girolamo e considerata dalla Chiesa cattolica la traduzione ufficiale della Scrittura) sul testo greco: sarà l’inizio della ricerca che lo porterà a pubblicare l’edizione critica del Nuovo Testamento. La prima edizione del Nuovo Testamento in greco uscì nel 1516 a Basilea. Il testo di Erasmo fu una pietra miliare nella storia! Per la prima volta gli studiosi ebbero la possibilità di paragonare il testo greco originale con la tardiva traduzione latina della Vulgata. Erasmo dimostrò che la Vulgata era molto imprecisa nella traduzione di diversi passi del Nuovo Testamento greco. Ma molte pratiche della chiesa medioevale si fondavano appunto su quei testi perciò le osservazioni di Erasmo furono accolte con costernazione da molti cattolici conservatori, mentre produssero un’uguale e contraria soddisfazione nei Riformatori. Si veda la questione dei sacramenti: la chiesa primitiva aveva riconosciuto che due sacramenti, il battesimo e l’eucarestia, risalivano a Cristo stesso. Ma alla fine del sec. XII i sacramenti erano saliti a sette. Normalmente si giustificava ad es. l’inclusione del matrimonio tra i sacramenti sulla base di un testo neotestamentario che nella traduzione della Vulgata parlava del matrimonio come di un sacramentum (cfr. Efesini, 5, 31-32). Ma Erasmo segnalò che il testo greco parlava semplicemente di un “mistero”. Analogamente, la presunta espressione “fate penitenza perché il Regno di Dio è vicino” (Matteo, 4,17), che alludeva al sacramento della penitenza o confessione, in realtà, per Erasmo, doveva essere tradotta correttamente dal greco con “ravvedetevi, convertitevi, perché il regno di Dio è vicino”. Diventato precettore dei figli del genovese G. B. Boerio, medico di Enrico III, nel 1506 li accompagna in Italia e a Torino, il 4 settembre, ottiene il grado di dottore in teologia. Nel 1507-8 soggiorna a Venezia, ospite di Aldo Manuzio: qui divide la camera degli ospiti con Gerolamo Aleandro, destinato a giocare un ruolo molto importante nella condanna di Lutero, come legato pontificio alla Dieta di Worms. Questo Gerolamo Aleandro rappresenterà, agli occhi di Erasmo, l’esatta antitesi dell’ideale che egli perseguiva, perché mentre Erasmo era gelosissimo della sua libertà e, pur di non perderla, rinunzierà ad incarichi universitari e di corte, l’Aleandro diventerà un ossequiente servitore della Curia romana e diventerà un personaggio influente e potente, fino al punto di costituire un vero incubo per Erasmo che soffrirà, nei suoi confronti, di una specie di mania di persecuzione. Col viaggio in Italia, si chiude un periodo della vita di Erasmo e si apre quello della sua più completa maturità, destinato a durare una ventina d’anni, fino alla crisi di rottura con la Riforma e con Lutero. Nel primo periodo aveva, fra le altre opere, composto l’Enchiridion militis cristiani; questo secondo periodo si apre con l’Elogio della follia (Morias egkomion id est Stulticiae Laus),e si concluderà con la De libero arbitrio diatribé sive collatio. L’elogio della follia fu il più grande successo letterario del secolo ed ebbe numerosissime edizioni, traduzioni e imitazioni. Fu messa nell’Indice dei libri proibiti dal Concilio di Trento nel 1546. ELOGIO
DELLA PAZZIA. Dopo
Venezia Erasmo soggiorna a Padova, Siena e anche a Roma. L’impressione che
Roma fa su di lui è fortissima, ma ben diversa da quella che farà, l’anno
seguente, su Lutero. Il fatto è che Erasmo scopre soprattutto la Roma classica,
mentre Lutero scopre la Roma papale. Erasmo lascerà Roma con gli occhi e la
mente pieni di quella religione dell’umanità non scevra di arguto spirito
critico (come l’Elogio della follia ci attesta) che segnerà definitivamente la
sua maturità conquistata. Il 28 marzo 1519 Lutero
scrive per la prima volta ad Erasmo invitandolo ad essere “attore” nel
grande dramma che sta per iniziare e lo chiama “nostro ornamento e nostra
speranza”, riconoscendo in lui la paternità della Riforma, almeno per quanto
riguarda la lotta contro le superstizioni e il rinnovamento degli studi
filologici ed esegetici. La risposta di Erasmo è un appello alla non violenza:
“A me sembra più proficua la modestia
civile che l’impeto. Così Cristo vinse il mondo; così San Paolo abrogò la
legge giudaica” (egli si definì sempre un uomo di pace, al di là delle
dispute; ricordiamo il suo Lamento
della pace, 1517). Comunque Erasmo scriverà a Ecolampadio in
Inghilterra spiegandogli perché, se egli non può essere definito luterano, non
può né vuole essere catalogato tra gli antiluterani. Erasmo ebbe certo in
comune con Lutero molte convinzioni, tra cui la critica alle esteriorità
ecclesiastiche e la necessità di un ritorno al senso originario della
Scrittura, ma ne ebbe anche molte altre in contrasto col padre della Riforma
protestante, e qui ne ricordo soprattutto due. Erasmo continuerà ad usare il
latino, per altro stilisticamente perfetto, mentre i Riformatori tradussero
nelle varie lingue nazionali i testi sacri. Egli si riteneva “cittadino del
mondo” e quindi riteneva che il latino ciceroniano fosse il linguaggio
universale. Gli idiomi nazionali costituivano un ostacolo alla sua visione di
un’Europa cosmopolita, unificata dalla lingua latina. Erasmo criticò i
costumi corrotti del clero ma senza mai pretendere di rovesciare le istituzioni
e le gerarchie della Chiesa, senza mai porre in dubbio la sua appartenenza alla
Chiesa stessa. E ciò lo esporrà alle critiche di entrambe le parti, che si
aspettavano da lui un atteggiamento più “eroico” e “combattivo”. I
tempi diventarono roventi. Lutero pubblica nel 1520 le tre opere fondamentali
della Riforma: Alla nobiltà cristiana
della nazione tedesca, La cattività babilonese della chiesa e La libertà del cristiano. Lutero viene scomunicato l’anno
successivo, il re Enrico VIII pubblica la sua Assertio septem sacramentorum contro Lutero e Erasmo capisce che non
può più rimanere su posizioni di benevolo neutralismo. Si trasferisce a
Basilea e qui, cedendo anche alle insistenze dei papi (dapprima Leone X, poi
Adriano VI e quindi Clemente VII), si decide a dare alle stampe, nel 1524, la De
libero arbitrio diatribé sive collatio.
La reazione di Lutero
non si fece attendere: alla fine del 1525 appare a Wittenberg il De
servo arbitrio. Lutero concede ad Erasmo
che l’uomo peccatore è capace di scelte ma il suo giudizio è, per Lutero,
messo in schiavitù, vista la corruzione totale della natura umana. Il libero
arbitrio è nulla, è un nome vano; la prescienza e l’onnipotenza divina lo
escludono. Esse implicano che nulla accade che Dio non voglia, e ciò esclude
che nell’uomo vi sia un libero arbitrio. All’ovvia obiezione che in tal caso
Dio è l’autore del male, Lutero risponde riprendendo la dottrina di Ockham,
per cui Dio non è tenuto a nessuna regola o norma: egli non deve volere una
cosa o l’altra perché è giusta, ma quello che egli vuole per ciò stesso è
giusto. Ma questa così assoluta e appassionata negazione della libertà umana
ha in Lutero un movente religioso. Infatti Lutero intende difendere la sua
concezione della fede come abbandono totale a Dio. Questo atteggiamento esclude
che l’uomo possa rivendicare per sé libertà, merito, iniziativa. Tutto deve
essere attribuito a Dio. L’unica libertà umana non può essere che
l’asservimento a Dio e l’unica iniziativa, come l’unico merito, sono la
rinuncia ad ogni iniziativa e ad ogni merito. L’uomo è totalmente peccatore,
il che comunque non implica che egli diventi una sorta di automa. Pensare
altrimenti, secondo Lutero, violerebbe la sovranità assoluta di Dio. La fede è
così per Lutero un abbandono totale a Dio, per cui all’uomo non spetta alcun
merito né iniziativa di salvezza (se noi siamo giusti, Dio è ingiusto; se
l’uomo non dispera di se stesso non può attendere ogni cosa da Dio). Erasmo ribadì con un
ultimo scritto, Hyperaspistes
adversus Servum arbitrium Lutheri (1526). Egli si trasferì quindi a
Friburgo e poi a Basilea, dove morì nel 1536. Conclusione Erasmo
fu e resta ancora oggi il simbolo di un tempo che tutti gli uomini non possono
non augurarsi che venga: il tempo in cui, finalmente, l’umanità, uscita dal
suo travaglio di maturazione, vivrà nella sola pienezza della ragione, della
pace, della giustizia raggiunta e del reciproco rispetto integrale. Perciò
Erasmo fu un profeta del futuro perché il profeta della maturità
dell’intelligenza umana. Questa è la ragione per cui egli è una figura ricca
di fascino, pur con tutte le sue sfumature e perplessità. È la grande maturità
della sua intelligenza che non può lasciare insensibile colui che lo studia.
Erasmo visse in un secolo pieno di trasformazioni. Nello scontro delle parti,
nel fervore delle lotte, nel consumarsi delle passioni, egli ha saputo mantenere
una sua dignità e una sua pace interiore. Egli fu il profeta di un paese che
l’umanità, ancora oggi, continua a sognare mentre perdura il suo
pellegrinaggio terreno (Roberto
Jouvenal).
Alister
E. McGrath, Il pensiero della Riforma,
Claudiana |
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