Il pensiero orientale - di Ernesto Riva

Il pensiero islamico-arabo

Dalle origini al Medioevo 

Generalmente si sconsiglia al musulmano normale di interessarsi di teologia, mentre è sempre consigliata la precisa aderenza al precetto della legge. La ragione di ciò sta, in sostanza, nell'impossibilità di ragionare su un Dio come quello islamico, per la sua estrema "personalità" arbitraria, per la sua estrema libertà, che nulla deve garantire alla logica umana. Egli, attraverso il Profeta dell'Islam, fonda uno stato universale e dà particolare importanza a quello che il credente deve fare su questa terra per realizzare il piano divino. L'unica cosa concreta di cui l'uomo debba interessarsi, rispetto a Dio, è la giusta esecuzione dei suoi ordini per la conquista ordinata dei beni di questo mondo e dell'altro. Si può ben comprendere come in un quadro siffatto la "falsafah", come in arabo si chiama la "filosofia", sia stata sostanzialmente un corpo estraneo al vero Islàm, quello tutto teso all'obbedienza al Corano e all'imitazione del pensiero e del comportamento di Maometto: il carattere religioso del pensiero islamico ne è l'aspetto distintivo, che le conferisce una assoluta coerenza. Ora, è proprio il tentativo di dare spiegazione coerente all'assoluto monoteismo divino il primo fattore che indusse i musulmani all'esercizio della ragione in riferimento alla divinità. Se vogliamo trovare una differenza di fondo tra la tradizione islamica e quella occidentale la possiamo vedere nel concetto di necessità: la necessità domina il mondo divino ed umano; tale è la convinzione dei grandi filosofi arabi. Al contrario, la scolastica latina cercherà di salvaguardare sia il libero arbitrio dell'uomo che la libertà creativa di Dio
Il primo problema che sorse riguardò il Corano stesso: se sia parola creata o increata, essendo divina. 
I difensori della divinità del Corano costituirono il gruppo dei Mutakallimum (parlanti), dal termine kalam, che significa appunto parola. 
Un altro problema riguardò gli atti umani e la libertà. I primi pensatori dell'Islàm, fieramente attaccati alla lettera del Corano e sprovvisti ancora di una attrezzatura dialettica, difesero accanitamente l'assoluta onnipotenza di Dio, alla quale non può sfuggire il minimo moto dell'anima. L'assoluta onnipotenza di Dio assume presso gli ortodossi la forma di un reciso volontarismo; il creato si innova momento per momento grazie all'incessante volontà divina. E' così negato ogni tipo di causalità secondaria: quella che noi riteniamo essere la causalità è semplicemente la constatazione del modo abitudinario con cui Dio fa essere le cose del mondo. Ma anche se certi fenomeni sono sempre andati in una certa maniera, nulla può assicurarci che in seguito Dio non cambi i propri decreti relativamente ad essi. Si noti che il problema della teodicea (giustificazione di Dio rispetto al problema del male) perde qualsiasi senso nell'ortodossia islamica. Essendo Dio onnipotente, da Lui viene tutto, compresi gli atti dell'uomo: quando, ad es. un uomo muove la mano, Dio, che ha già creato l'uomo e la mano, crea anche il moto della mano nonché il potere che l'uomo ha di muoverla; ma Dio crea, oltre agli atti, la capacità nell'uomo di compierli, grazie alla quale egli acquisisce questi atti, rendendosene responsabile. Dio non crea il male morale, compie solo il bene; il male viene dall'uomo, anzi, il bene e il male "stanno nelle cose": è per questo che Dio ne comanda alcune e ne vieta altre. C'è dunque una legge morale "naturale" conoscibile attraverso la ragione, e alla quale è sottoposto lo stesso Dio: Egli fa sempre il meglio per le sue creature. 
Sorsero così i Giabariti, campioni ad oltranza della onnipotenza divina, a scapito della libertà umana. Però, a mano a mano che l'Islàm assorbiva il pensiero greco, si fece maggiormente sentire la reazione dei Qadariti: per essi è l'uomo che dispone liberamente delle sue sorti. Dai Qadariti sorsero ben presto i primi pensatori indipendenti, che erano spiriti aperti al progresso, i quali avevano come scopo di rendere ragione della loro fede e, nello stesso tempo, di liberarla dagli eccessivi del letteralismo, che la rendeva sempre più vulnerabile. Codesti erano i Mutaziliti (o indipendenti, perché si erano appartati, separati, durante una discussione svoltasi nell'anno 35 dell'egira tra gli ortodossi e la setta dei careziti; ad essi rimase per eccellenza il nome di Mutakallimun), che furono i creatori della prima teologia speculativa.


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