Il pensiero orientale - di Ernesto Riva

Il pensiero ebraico: 
L'antropologia

 
L'ANTROPOLOGIA

La concezione dell'uomo non è meno originale della cosmologia ebraica, rispetto allo stato del pensiero umano conosciuto nell'antico oriente e anche altrove. Per gli Ebrei l'anima umana, nefesh, non è un frammento della sostanza divina perché essa è stata creata. Su questo punto il pensiero biblico si oppone ai temi, largamente diffusi in India e nella tradizione religiosa detta orfica, secondo i quali l'animo umano è una parte o una particella della divinità, particella esiliata, alienata, discesa nei corpi, nella materia. L'anima umana non è divina per natura, né per origine, non è eterna nel passato, non preesisteva nel passato, incomincia ad essere, è creata. 
Nelle tradizioni orientali vi è il problema della individuazione: per quale ragione le anime, che erano l'essere assoluto, sono diventate anime singolari, particolari, individuali? La risposta è: si sono staccate dall'essere assoluto; è stata una sorta di caduta, e l'individuazione si è effettuata per ensomatosi, cioè l'anima è discesa in un corpo particolare. Invece nel pensiero biblico il problema dell'individuazione non esiste nel senso che le anime individuali sono create appunto individuali e singole: incominciano nel modo più assoluto ad esistere, nella loro singolarità, senza alcuna preesistenza. Gli esseri particolari sono creati e voluti individualmente e singolarmente, per loro stessi. Ogni essere, per quanto infimo sia, è a sé. "Dio non conta mai oltre l'uno" dice uno scrittore francese, André Frossard. 

Nella tradizione ebraica, poiché esiste la distinzione ontologica tra l'essere assoluto increato e noi, esseri molteplici creati, esiste anche una relazione di possibile dialogo e una relazione d'amore che va dal Creatore increato all'essere creato e dall'essere creato al Creatore increato. Così una metafisica dell'amore non è possibile che sulla base di una metafisica della creazione, la quale riconosce la realtà dell'esistenza molteplice degli esseri creati; la considera positiva, voluta per lei stessa. Da tutto ciò derivano delle conseguenze etiche. Se l'esistenza individuale non è che un'illusione o una disgrazia, da cui è meglio liberarsi al più presto, sforzandosi di evitare il triste ciclo delle reincarnazioni, allora l'assassinio dell'uomo concreto e individuale, dell'uomo vivo, non ha molta importanza. Nessuno uccide e nessuno è ucciso. Il punto di vista ebraico è opposto. L'esistenza non è un'illusione, né una disgrazia, né il risultato di una caduta, ma una creazione positiva, come già ribadito più volte. Di conseguenza uccidere un uomo significa andare contro la creazione, nella direzione opposta alla creazione, ed è proprio questo il male, secondo gli Ebrei: la distruzione dell'essere. Per questa ragione uno dei primi comandamenti dell'etica ebraica è di non uccidere. Il rispetto dell'uomo vivo, singolare, concreto, esistente è la base dell'etica biblica. 

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