Il pensiero orientale - di Ernesto Riva

Il pensiero islamico-arabo:
Averroè 

Averroè in "Apoteosi di S. Tommaso", F. Traini 
AVERROE'
(Cordova,  Spagna, 1126 - Marocco, 1198)


L'intento dichiarato del pensiero di Averroè è quello di chiarire il significato autentico della filosofia di Aristotele, che per lui è il termine ultimo del pensiero umano. 
Averroè non concepisce la filosofia in antagonismo con la religione; d'altra parte, però, la religione del filosofo non può essere quella del volgo. La religione popolare deve seguire una via semplice e narrativa che illumini e diriga l'azione; alla filosofia spetta invece il mondo della speculazione. Non gli si può quindi attribuire la dottrina della doppia verità che gli scolastici latini ritennero un caposaldo del suo sistema. Non c'è per lui una verità religiosa accanto ad una verità filosofica. La verità è una sola: il filosofo la cerca attraverso la dimostrazione necessaria, il credente la riceve dal Corano nella forma semplice e narrativa, che è adatta alla maggioranza degli uomini. Ma non c'è contrasto tra le due vie, né dualismo nella verità. La dottrina che gli scolastici latini ritennero tipica dell'averroismo è quella dell'intelletto. Per Averroè l'intelletto potenziale o materiale o ilico non è l'anima razionale umana (come invece sostenevano i filosofi arabi da al-Kindi a Ibn Tofail). L'intelletto speculativo o acquisito può invece essere detto da un lato unico e dall'altro molteplice; da un lato eterno, dall'altro generabile e corruttibile. In sé è unico ed eterno; come disposizione o preparazione dell'anima è molteplice e soggetto a nascita e morte. Da questa dottrina scaturisce una serie di conseguenze paradossali che attirarono la vivace polemica della scolastica latina. In primo luogo, l'intelletto materiale è unico in tutti gli uomini perché è la disposizione comunicata alle loro anime dall'Intelletto agente. Su questa natura dell'intelletto si fonda il destino ultimo dell'uomo. Averroè riprende in pieno la dottrina aristotelica della superiorità della vita teoretica per l'uomo. La scienza è l'unica via della beatitudine umana: una beatitudine che si raggiunge in questa vita, mediante la pura ricerca speculativa, giacché non c'è una continuazione della vita umana al di là della morte. Sul problema dell'intelletto e sulle questioni connesse, compresa quella dell'immortalità dell'anima, Averroè è in contrasto con i suoi precedessori e specialmente con Avicenna, il quale identificava l'intelletto materiale con l'umano e riteneva l'immortalità propria della natura e del destino dell'anima umana. Ma per ciò che riguarda il rapporto tra Dio e il mondo, Averroè è d'accordo con Avicenna sulla necessità dell'essere. La creazione è intesa da Averroè come dipendenza causale dall'essere necessario, non quindi l'inizio nel tempo, ed inoltre non ha nulla a che fare col concetto di creazione della Bibbia e del Corano. L'azione di Dio non è paragonabile a quella dell'uomo: egli regge il mondo con la sua scienza ma la scienza di Dio non ha nulla a che fare con quella umana. La sua scienza non riguarda le cose particolari, e così pure non le regge né le governa con la sua provvidenza. Dio regge il mondo secondo un ordine necessario e infallibile, ma ciò che è puramente individuale o casuale sfugge alla provvidenza come alla scienza di Dio. La stessa volontà umana è determinata: la volontà è per suo conto un agente libero, ma esplica la sua azione nel mondo che è regolato dall'ordine necessario ed eterno di Dio. Perciò il Corano parla di una infallibile predestinazione dell'uomo. 


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