Il gatto cubico (di
Gianluca Pace
) 

 

Il gatto cubico

La mia conquista di stasera si avvicina al blocco di granito ed esclama «Ma è bellissimo» con voce impastata dal fumo.
Non ho ancora fatto in tempo a chiudere la porta che lei è già tra le mie cose.
«E’ solo un cubo di granito» dico, nel frattempo mi tolgo la giacca e mi dirigo verso lo stereo.
«Non è una delle tue sculture?»
Idiota, penso. «Non ancora, è materia grezza, da lavorare». Mi volto verso di lei sorridendo, in sottofondo parte una melodia allegra.
«Quel cubo diventerà presto un bel gatto nero» le dico, la raggiungo, l’accarezzo.
Lei mi abbraccia e cerca subito un bacio deciso: odore di fumo e sapore di rossetto, entrambi troppo forti. Le sue mani mi esplorano in fretta mentre le mie sono ancora ferme sulla sua schiena. Non mi piace.
Mi allontano delicatamente, la guardo per ricordarmi che cosa di lei mi ha eccitato: le sopracciglia piene e il collo sottile. I capelli a caschetto, anche, lisci e nerissimi.
Lei ricambia lo sguardo con malizia.
«Allora ho voglia di bere e di vedere delle tue sculture» dice.
«Mi dispiace ma tutte le mie cose le ho lasciate nella casa vecchia. Per adesso».
Lei si volta verso il cubo di granito e lo fissa, io prendo i bicchieri.
«Quando comincerai il tuo gatto nero?»
«Non lo so, è un bel pezzo che ci penso ma non mi decido mai».
Mi accorgo che si è spogliata completamente, accanto al cubo, le dita che ne sfiorano un angolo.
«E’ tiepido» dice. Non capisco e faccio finta di nulla. Ha un corpo splendido, come immaginavo, minuto, proporzionato. Un corpo che voglio.
Mentre scopiamo lei miagola, mi graffia, soffia sulla mia pelle. Prima di addormentarmi la sento sussurrare «Gli ho rubato l’anima. Il tuo gatto del cazzo non lo farai mai».
E rabbrividisco.



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