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Data di nascita del Futurismo è il
Manifesto, scritto da Marinetti e pubblicato su le Figaro il 20 febbraio 1909, nel quale erano contenute, se pur embrionalmente, tutte le tesi del nuovo movimento: rottura con il passato, polemica contro l'accademismo, celebrazione della civiltà meccanica e del suo dinamismo, ammirazione per ogni sorta di energia ed aggressività, distruzione della sintassi tradizionale per una ricerca di immediatezza e sincerità nell'espressione.
I fondamenti del futurismo, nonostante le esagerazioni e l'irruenza proprie di molte avanguardie, si ritrovano facilmente nelle filosofie della fine del XIX
secolo e del principio del XX: dall'estetica crociana e dal Bergson il Marinetti derivava la concezione della poesia libera da strutture logiche e ridotta a pura intuizione della realtà, come dalle dottrine di
Nietzsche e di Sorel desumeva l'esaltazione dell'energia e della volontà di potenza, allineandosi naturalmente con le posizioni dei trionfanti nazionalismi. Nondimeno, allontanandosi dal pensiero di questi suoi lontani maestri, il Marinetti poteva conservare nella sua poetica anche un'ingenua fiducia, di tipo naturalistico e di ascendenza positivistica, nella realtà materiale intesa come essenza della creazione artistica.
Perciò i successivi manifesti, nei quali si deve riconoscere quello di più positivo il futurismo ha dato al rinnovamento della poesia e delle arti, portarono precisazioni sempre più decise sulla tecnica espressiva che il futurismo voleva imporre alle singole arti.
È del 1910 il Manifesto tecnico della letteratura futurista dello stesso Marinetti, nel quale venne affermato il principio delle
"parole in libertà", ossia di una poesia e di una prosa libere dai ceppi della sintassi, della metrica tradizionale e della punteggiatura, che orchestrino colori, rumori, suoni e fondano in sintesi nuove i materiali espressivi non solo della lingua e dei dialetti ma di tutto quello che nella realtà è suono, espressione, immagine.
Nello stesso anno uscivano il Manifesto della pittura futurista di Boccioni,
Carrà, Russolo, Balla e Severini nel quale si proponeva di elaborare un'immagine moderna della vita esaltandone il dinamismo ed esprimendo la molteplicità delle cose attraverso la continuità del moto; il
Manifesto dei musicisti futuristi di Pratella, integrato l'anno successivo dal
Manifesto tecnico della musica futurista.
Nella prefazione al catalogo della mostra che nel febbraio del 1912 i futuristi tennero nella Galleria
Bernheim-Jeune a Parigi, si legge: "La simultaneità degli stati d'animo nell'opera d'arte: ecco la meta inebriante della nostra arte. Per far vivere lo spettatore al centro del quadro, bisogna che il quadro sia la sintesi di quello che si ricorda e di quello che si
vede".
Fra i raggiungimenti più significativi della pittura futurista sono appunto gli "stati d'animo" dipinti da Boccioni nel 1911:
Gli addii, Quelli che vanno, Quelli che restano, ove il pittore va oltre lo statico impianto cubista.
Sempre del 1912 è il manifesto di Boccioni sulla scultura e del 1913 quello di
Antonio Sant'Elia sull'architettura futurista, del 1915 quello di
Marinetti e Settimelli sul teatro futurista
sintetico.
A provare l'importanza del futurismo nella storia della letteratura e delle arti - e in particolare della pittura e dell'architettura - sta l'adesione data al movimento da scrittori e artisti tra i più rappresentativi del XX
secolo: di Palazzeschi, di Papini e Soffici nel tempo in cui pubblicarono la rivista
Lacerba, di Carrà, Severini, Boccioni, per fare i nomi più insigni.
Il futurismo ebbe vasto seguito in tutta Europa, dalla Francia alla Russia, e da esso presero avvio in larga misura i movimenti artistici successivi. Tuttavia gli artisti più autentici, se si eccettuano
Boccioni e Sant'Elia, morti ambedue nel 1916, passarono attraverso il futurismo come per un'esperienza che li portò a liberarsi risolutamente da ogni accademismo, per trovare poi, ognuno per vie personali, la loro più autentica vena di artisti; mentre
Marinetti e coloro che a lui si tennero fedeli conclusero la loro carriera come maestri di un nuovo accademismo, assertore, più che di un'arte innovatrice, di un'etica nazionalistica.
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