- Antonio Zoppetti -

L'EVOLUZIONISMO

INTRODUZIONE - I PRECURSORI - 
CHARLES  DARWIN - LA SINTESI MODERNA

I PRECURSORI DELL'EVOLUZIONISMO 

Un mammut 

L'idea che gli animali e le specie non fossero qualcosa di immutabile, ma potessero nel corso dei secoli trasformarsi ed evolvere, si è affacciata per la prima volta in modo consapevole e coerente nel XVIII secolo. Questo nuovo punto di vista da cui guardare alla zoologia e alla storia naturale, costituiva una rivoluzione concettuale che rovesciava completamente la visione scientifica tradizionale. In un epoca in cui scienza e religione non erano ancora ben differenziate, e in cui le verità scientifiche non potevano contraddire quelle religiose, l'idea che reggeva le scienze naturali era quella del creazionismo fissista. In altre parole, Dio, con un atto creativo iniziale, aveva posto sulla Terra un certo numero di specie di animali e piante che si riproducevano immutate nel corso dei secoli. Il compito del naturalista, in quest'ottica, era quello di individuare queste specie, classificarle e dare loro un nome, descriverle, e comprenderne il funzionamento e le strutture. Questo era il programma di scienziati come il celebre tassonomista svedese C. Linneo (1707-1778), di cui ancor oggi usiamo il criterio di classificazione binario. Il finalismo della natura, il fatto cioè che gli esseri viventi possiedono delle strutture perfettamente adeguate per il compimento di certi scopi - gli uccelli hanno le ali per poter volare, i pesci le branchie per poter vivere nell'acqua e così via - era spiegato con l'intervento di Dio che aveva progettato la natura in modo perfetto. In quest’ottica l'anatomia comparata, che studia le omologie tra le differenti specie - per esempio le ali degli uccelli, gli arti dei mammiferi e le pinne dei pesci - metteva in luce come Dio avesse utilizzato un solo progetto che aveva variato in tutti i modi possibili.

Come era successo qualche secolo prima con Galileo, che aveva costruito una scienza sull’osservazione e la sperimentazione e non sulle Sacre Scritture, anche per le scienze della vita, intorno al 1700, il modello creazionista della scienza ufficiale dell’epoca entrò in crisi e venne rovesciato in un modo simile a quello della “rivoluzione copernicana”. 
Scienziati come P. L. M. de Maupertuis (1698-1759) e filosofi come D. Diderot (1713-1784), partendo dallo studio delle ibridazioni e dell'ereditarietà dei caratteri alla prole, avevano intuito una spiegazione che rovesciava l'apparente finalismo della natura: le strutture degli animali sono perfette perché gli animali imperfetti e i "mostri" non sono sopravvissuti. La natura non è perfetta, i "mostri" nascono tutti i giorni, ma non possono sopravvivere né riprodursi. Sviluppando queste considerazioni Maupertuis e Diderot arrivarono persino a prendere in considerazione l'idea di un prototipo di tutti gli animali che si sarebbe con il tempo variato in tutti i modi originando tutte le forme di vita presenti nel mondo.

Negli stessi anni, G. L. L. de Buffon (1707-1788), nella sua imponente Storia Naturale in 36 volumi, descriveva gli animali accentuandone la trasformabilità. In polemica con Linneo, credeva che una classificazione degli animali fosse soltanto una comoda convenzione dell'uomo che non rispecchiava la realtà della natura. Le specie, infatti, avevano una storia di incroci, di parentele, di estinzioni, di cambiamenti avvenuti a seconda del clima e dell'ambiente: non era quindi possibile classificarle come qualcosa di immutabile e fisso. Se Buffon non accettò mai l'ipotesi di un progenitore comune per tutti gli animali, parlava però di un piccolo numero di specie originarie da cui tutte le altre sarebbero derivate.

Agli inizi del 1800, J. B. P. A. Lamarck (1744-1829) formulava alcune teorie sulla trasformazione e sull'evoluzione degli animali molto più articolate. Le specie si sarebbero evolute grazie a una tendenza interna di ogni organismo a modificarsi secondo gli stimoli dell'ambiente e grazie all'ereditarietà dei caratteri acquisiti. Le giraffe, per fare un esempio classico, nello sforzo continuo di raggiungere le foglie più alte avrebbero allungato il collo, trasmettendo questa caratteristica alla discendenza che, a sua volta, avrebbe perpetuato lo stesso meccanismo fino a generare le specie attuali.

 

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CHARLES DARWIN
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